Mubarak, la salvezza in mano alla difesa
“Un uomo dalle mani pulite e dal cuore puro. Un consolidato leader, non certo un tiranno”. E’ il leit motiv con cui l’avvocato Farid Al-Deeb che guida il collegio di difesa di Mubarak ha affrontato la Corte in occasione della ripresa del processo al suo assistito. La difesa ha tempo sino al 14 febbraio per controbattere alle tesi del pubblico ministero che, accusando l’ex presidente di Alto tradimento, ne ha chiesto la condanna a morte per impiccagione secondo quanto previsto dalle leggi vigenti. Mubarak è considerato responsabile dell’eccidio di 850 manifestanti durante i giorni della rivolta e contro questo pesante addebito lavora lo staff dell’agguerrito avvocato Al-Deeb. Come nella migliore tradizione forense il difensore segue il doppio binario razionale ed emotivo. Col primo affronta un puntiglioso percorso giuridico volto a scagionare il raìs da responsabilità dirette nell’uccisione di centinaia d’inermi cittadini, colpevoli di manifestare un profondo malessere verso l’establishment. Usa testimoni illustri come Suleiman e Tantawi per discolpare l’imputato, per quanto gli antichi sodali del deposto presidente abbiano scheletri nell’armadio quanto lui. In più Al-Deeb sostiene che non ci sono prove dirette capaci d’inchiodare l’operato di Mubarak. Quindi dà fondo a tutta la teatralità del mestiere sia quando recita la parte del duro e agita il pugno sotto i volti impassibili della Corte, sia cercando di catturarne la compassione nei confronti d’un vecchio malato di cuore (è la diagnosi dei bollettini medici) che non può più presenziare al processo.