Cari compagni,

vi porto il saluto e testimonio l’interesse che questo percorso ha suscitato tra i compagni della federazione europea del PRC, che tra le mille difficoltà svolge un lavoro di preziosa informazione e organizzazione fra le comunità italiane di emigrazione, oggi di nuovo in vistosa crescita, e insieme di raccordo con le realtà e il dibattito politico locali.

Vorrei anch’io, in questi pochi minuti, provare a proporre nel nostro dibattito spunti di lettura sull’ambito e la portata del compito dei comunisti in questa fase, nel contesto della ricomposizione delle forze comuniste e di classe intorno a un progetto a vocazione egemonica di cui il percorso per le elezioni europee è solo un primo e rilevante passo.

Penso che fra le tante ragioni ed errori che in questi anni hanno frustrato lo sforzo volontaristico di tanti comunisti non vi sia stata da parte nostra né un’incomprensione di fondo nell’analisi delle tendenze del capitalismo contemporaneo, né le carenze organizzative (quelle sì, in fondo, superabili col volontarismo), bensì l’esitazione nell’individuare con precisione il nostro ruolo strutturale di negazione totale e al tempo stesso di alternativa reale allo stato di cose presenti, ponendo su questa base il rapporto tra classe e Partito, tra massa e Partito, tra conflittualità diffusa e Partito. Penso che sul piano soggettivo questa sia stata la maggiore differenza tra noi e organizzazioni come Syriza o l’Izquierda Unida o i comunisti portoghesi: la mancata coscienza che, per dirla con le parole di Gramsci, “ogni membro dell’opposizione dialettica debba cercare di essere tutto se stesso e gettare nella lotta tutte le proprie “risorse” politiche e morali e che solo così si abbia un superamento reale”. Troppe volte il compromesso tattico è stato anteposto al disegno strategico. Troppe volte si è caduti nel linguaggio dell’avversario e di lì si è arrivati ad assumere pezzi della sua prospettiva sul mondo e anche a condividerne gli angoli ciechi. Con troppa superficialità si è sempre rimandata o quantomeno posta in sedi marginali e ben distinte da quelle dell’elaborazione politica la questione del modello di società che vogliamo, delle linee caratterizzanti ciò che intendiamo oggi per “socialismo”, rompendo gravemente quel legame orizzonte strategico-strategia-tattica che era stato la forza dell’avanzare del movimento comunista, unica possibile base su cui costruire un’identità e un campo di forze agenti coscienti; e così spingendoci di volta in volta a esaltarci senza il necessario distacco critico del successo di questa o di quell’altra esperienza positiva delle sinistre nel mondo e poi spesso ad abbatterci al suo fallimento, senza una seria analisi degli elementi contingenti e di quelli generalizzabili. Ora, beninteso, tutto ciò non viene dal nulla – ancora non abbiamo finito di scontare le conseguenze storiche della caduta dell’URSS e del suo modello di socialismo – e non è un carenza di soli noi italiani. Forse però noi ne abbiamo sofferto più di altri e su tutto questo dobbiamo impegnarci a riflettere in profondità in un processo di ricostruzione di una forza comunista organizzata.

Ancora, nello spirito della rifondazione del comunismo, abbiamo messo insieme tante esperienze politiche e di analisi senza mai riuscirne a fare una sintesi avanzata. Di qui, sul piano pratico, la degenerazione correntizia e un clima di scontro e sfiducia adatto all’emergere di personalismi; sul piano teorico, l’incapacità di ricondurre a unità in una teoria rivoluzionaria italiana del XXI secolo i filoni marxisti più “ortodossi” con quelli più “eterodossi”, l’elaborazione gramsciana nel disegno togliattiano di cui si era fatto portatore il PCI con le elaborazioni della Nuova sinistra: e poi a tutto ciò ricollegare in un legame dialettico la prassi politica. Un vero peccato, in un Paese dove questi bagagli teorici li avevamo e li abbiamo e in un momento in cui l’adattamento del modello di estrazione di plusvalore alle società dell’informazione e la necessità storica di una riappropriazione sociale della conoscenza sono nodi teorici in eminente rilievo.

E un ultima considerazione, compagni, per essere consci dell’urgenza del nostro risollevarci. Siamo ora sulla strada buona, penso, e stiamo cercando di recuperare il tempo e il terreno perduti. Ma siamo dannatamente in ritardo e dobbiamo sapere che, purtroppo, noi siamo l’alternativa migliore a questo sistema, ma non l’unica e neanche forse la più scontata, nel breve periodo. Se condividiamo la lettura del carattere strutturale della crisi in atto e dell’incapacità propositiva e dell’attesismo autistico della classe dominante chiusa in un vicolo cieco, dobbiamo anche sapere che la disperazione può facilmente spingere la borghesia a soluzioni autoritarie e a rinunciare alla sua attuale vocazione “cosmopolita” per rinchiudersi nell’apparente certezza e gestibilità dei recinti nazionali: e questo a maggior ragione quando un’altra componente sociale colpita a fondo dalla crisi, la piccola borghesia, soprattutto di provincia con un seguito in strati di lumpenproletariat urbano, sta passando in Italia come in tanti Paesi d’Europa dall’insofferenza all’attivismo e all’ organizzazione politica e militante per l’imposizione del proprio modello di società reazionario e irrazionalista, militarista e nazionalista. E con altrettanta preoccupazione dobbiamo guardare al fenomeno, ancora embrionale ma crescente, del passaggio di pezzi di intellettualità (anche finora considerati a noi vicini) su queste posizioni e al favore che si sta iniziando a determinare per esse in certi pezzi di apparati dello Stato. È così difficile vedere in questo blocco sociale la forma più autentica e originaria di fascismo, il piano B della borghesia pronto ad essere messo in atto? Non capiamo che in carenza di una nostra capacità di esercitare un’egemonia, con una forte critica e un solido modello alternativo di sistema, e di portare su posizioni rivoluzionarie queste classi, saranno esse, con l’odioso modello di sistema di cui sono portatrici, a riportare tutti nel baratro di secoli di storia europea di guerre e annientamenti? Chi ha la mia età ho l’impressione cominci a percepire che persino la pace in Europa, un qualcosa considerato più o meno come dato dalla generazione dei nostri padri, sia di nuovo in discussione e fortemente dipendente dalla capacità che sapremo dimostrare di organizzare e dirigere la volontà di rottura delle classi subalterne come sola alternativa allo scontro tra popoli, religioni, gruppi etnici e linguistici.

S. Z. – Circolo PRC Carlo Giuliani di Parigi

16 febbraio 2014

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