Ayelet Shaked è deputata al parlamento israeliano del partito “Habeyit Hahehudi” (Casa ebraica), membro della coalizione di governo. Il suo appello al genocidio del popolo palestinese ha raccolto 5.000 adesioni su Facebook. Uri Elitzur, al quale si riferisce, e che è morto qualche mese fa, era a capo del movimento dei coloni, ghostwriter e stretto collaboratore del primo ministro Netanyahu. Ecco cosa scrive:

“Questo articolo è stato scritto da Uri Elitzur 12 anni fa, ma non è stato pubblicato. La sua importanza oggi è uguale a quella di allora. Il popolo palestinese ci ha dichiarato la guerra e noi dobbiamo rispondere con la guerra. Non con un’operazione lunga, di bassa intensità, con un’escalation controllata, con una distruzione dell’infrastruttura terrorista, con uccisioni mirate. Basta con queste raccomandazioni. Questa è una guerra. Non è una guerra contro il terrore, non è una guerra contro l’estremismo e neppure contro l’autorità autonoma palestinese. Sarebbe disconoscere la realtà. Questa è una guerra fra due popoli. Chi è il nemico ? Il nemico è il popolo palestinese. Perché ? Domandateglielo, sono loro ad aver iniziato la guerra. Non so perché ci risulta cosi’ difficile descrivere la realtà con parole semplici. Perché dobbiamo inventare ogni settimana un nuovo nome per questa guerra solo per non definirla con il suo vero nome. Cosa c’è di tanto terrificante nel fatto che tutto il popolo palestinese è il nemico ? Ogni guerra viene combattuta fra due popoli ed in ogni guerra il popolo che l’ha iniziata è il nemico. Una dichiarazione di guerra non è un crimine di guerra. E non lo è neppure rispondere con la guerra. L’uso della parola « guerra » non è una chiara definizione del nemico. Al contrario. La morale della guerra (qualcosa del genere esiste) si basa sul fatto che ci sono guerre in questo mondo, che le guerre non sono la condizione normale e che nelle guerre il nemico è costituito normalmente da un intero popolo, compresi i vecchi e le donne, le città e i villaggi, le proprietà e le infrastrutture.

La morale della guerra sa che non è possibile prendere le distanze dal ferimento di civili nemici. Non condanna l’aviazione inglese, che ha totalmente distrutto la città di Dresda o i bombardieri americani, che hanno cancellato città polacche e la metà di Budapest. Luoghi i cui abitanti non avevano fatto nulla all’America, ma che dovevano essere distrutti per vincere la guerra contro il male. La morale della guerra non richiede che la Russia sia giudicata per aver bombardato e distrutto città e villaggi ceceni. Non accusa le forze di pace dell’ONU che hanno ucciso centinaia di civili in Angola e neppure la NATO, che ha bombardato Belgrado, una città con 1 milione di abitanti, vecchi, lattanti, donne e bambini. La morale della guerra accetta non solo politicamente, ma in linea di principio, che è corretto quello che l’America fa in Afghanistan, compresi i massicci bombardamenti di luoghi abitati, che spingono alla fuga, per il terrore della guerra, centinaia di migliaia di persone per le quali non c’è più ritorno.

Questo vale sette volte di più per la nostra guerra, perché il nemico si nasconde fra la popolazione e puo’ combattere solo perché ne è protetto. Dietro ogni terrorista ci sono dozzine di uomini e donne senza i quali non potrebbe fare niente. I sobillatori sono quelli che aizzano nelle moschee, che concepiscono programmi scolastici omicidi, che forniscono rifugi, che mettono a disposizione veicoli e tutti quelli che li onorano e li sostengono moralmente. Sono tutti combattenti ed hanno del sangue sulle mani. Questo vale anche per le madri dei martiri che li accompagnano all’inferno con fiori e baci. Dovrebbero seguire i loro figli, nulla sarebbe più giusto. Dovrebbero andarci e le loro case, dove hanno allevato i loro serpenti, dovrebbero essere annientate. Altrimenti li’ cresceranno altri serpenti”.

Sono parole che hanno un significato ed alle quali seguono degli atti. Facendo la guerra all’intero popolo palestinese, Ayelet Shaked vuol mandare un segnale chiaro all’opinione pubblica israeliana: ogni palestinese è un bersaglio legale della “vendetta”. Ma Shaked ha in mente di peggio. E non è un fenomeno marginale, come sostiene il New York Times. Non è sola a sobillare un tale odio genocida. E’ stato Netanjahu per primo a gridare « vendetta », quando due settimane fa sono stati trovati i corpi dei tre giovani israeliani uccisi in Cisgiordania.

Giustiniano Rossi

Parigi, 14 luglio 2014

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