« Noi difendiamo il nostro petrolio, la nostra industria, la nostra vita », ha dichiarato il presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, prima del vertice OPEC di giovedi’ a Vienna. Il Venezuela cerca alleati nella lotta contro la caduta del prezzo dell’importante materia prima. Secondo le stime, per pareggiare il bilancio 2015 Caracas ha bisogno che il prezzo al barile (159 litri) sia di 120 dollari. E invece, dopo essere sceso per mesi, il prezzo è crollato a meno di 80 dollari, il più basso livello dal settembre 2010. Anche i bilanci e le economie di Ecuador, Nigeria e Messico rischiano il collasso se il prezzo del petrolio resta a lungo termine sotto i 100 dollari. Maduro vorrebbe concludere un’alleanza con la Russia, numero 2 mondiale fra i paesi produttori, che non è membro dell’OPEC. Il ministro dell’energia di Mosca, Alexander Nowak, lo ha confermato. In un incontro con i produttori che non fanno parte dell’OPEC, i membri del cartello del petrolio dovrebbero decidere un freno all’estrazione per spingere in alto il prezzo. I potenziali alleati del Venezuela sono, all’interno dell’OPEC, l’Algeria, il Qatar e l’Iran.

Il più grande produttore, l’Arabia saudita, vuole invece lasciare il rubinetto del petrolio aperto. In passato i sauditi avevano ridotto l’offerta per stabilizzare il prezzo. Perfino dal deserto l’oro nero non sgorgherà in eterno senza difficoltà e dunque a buon prezzo. La facilità di estrazione, l’equipaggiamento sofisticato ed i contratti a breve termine fanno dell’Arabia saudita il più importante produttore “swing”, che puo’ ridurre o aumentare la sua offerta praticamente ogni giorno. L’estrazione davanti alle coste o in alto mare come in Messico, negli USA, in Norvegia o in zone climatiche inospitali come la Siberia sono invece programmate per mesi.

Dopo le crisi degli anni 70n l’OPEC ed i gruppi petroliferi privati  continuano a perdere d’importanza. Da una parte gli Stati industriali hanno frenato il consumo e dall’altro nuovi paesi produttori in Europa, Africa e Asia hanno, con i loro gruppi statali, un ruolo trainante. Il cartello dei produttori, un tempo potente, non controlla oggi neppure la metà della produzione mondiale. Negli ultimi anni il significato geostrategico degli Stati OPEC è diminuito. Sul mercato sono apparsi due nuovi, grossi soggetti, finora clienti importanti dei sauditi e del Venezuela e che si approvvigionano ora autonomamente : gli USA mediante il boom del fracking e il Canada mediante lo sfruttamento massiccio delle sabbie bituminose. Ma entrambe sono tecnologie costose e ci si chiede per quanto tempo potranno mantenere basso il prezzo del loro petrolio. Si prevedono problemi a medio termine per un prezzo inferiore ai 90 dollari.

Altre congetture circolano a Mosca : sauditi e USA hanno cercato di comprimere il prezzo del petrolio per mettere in difficoltà Russia e Venezuela. Per compensare i minori ricavi provenienti dall’export la Russia, come la maggior parte dei paesi dell’OPEC, estrae attualmente molto più petrolio rispetto al passato. Il che mette pero’ i prezzi sotto pressione. La geopolitica ha un ruolo importante nel prezzo del petrolio. Da un’analisi dei paralleli storici negli anni 80 recentemente pubblicata da una banca tedesca, risulta che allora i sauditi, alleati importanti degli USA, hanno fatto fronte fino alla metà del 1985 con una riduzione della quantità di petrolio estratta alla caduta del prezzo provocata dalla nuova offerta di petrolio del Mare del nord. « Ma alla fine l’Arabia saudita aveva aumentato nuovamente l’estrazione e accelerato la caduta del prezzo del petrolio e con questa il crollo dell’URSS » secondo gli esperti tedeschi di greggio.

Si prevedeva che la conferenza odierna dell’OPEC decidesse di ridurre la produzione, di 30 milioni di barili al giorno, mostrando la determinazione del cartello. In realtà la conferenza ha deciso di lasciare le cose come stanno.

Giustiniano Rossi

Parigi, 27 novembre 2014

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