Anche in futuro corsi, bretoni, alsaziani, baschi, catalani o  francesi del sud che parlano occitanico non potranno usare le loro lingue regionali nei rapporti con la pubblica amministrazione. Un nuovo tentativo di ratificare la Carta del Consiglio d’Europa per la protezione e la promozione delle lingue regionali è fallito. Il francese resta l’unica lingua ufficiale in Francia. E’ quanto prevede la Costituzione e non ci saranno cambiamenti. Il voto negativo del Senato ha bloccato la ratifica. E cosi’ è stata sepolta un’altra promessa elettorale del presidente della Repubblica, Hollande. Almeno questa volta, pero’, ha una scusa valida.

In Senato, i socialisti non dispongono più della maggioranza dei seggi e l’opposizione di destra non ha alcun motivo per fare un regalo di Natale ad un presidente impopolare alla vigilia delle elezioni regionali di dicembre. Mentre gli uni continuano a sostenere che l’unica lingua nazionale è una pietra angolare dell’ordinamento dello Stato centralista e della coesione della nazione, altri fanno notare, purtroppo senza successo,  che la nazione è sorta in un territorio che comprende una quantità di lingue regionali e di dialetti e che è stata arricchita, nel corso della sua storia, dalla cultura e dalle lingue delle minoranze.

Per l’opposizione, la ratifica della Carta segnerebbe l’inizio della fine della francofonia. Dove si arriverebbe se in uno Stato composto da un territorio metropolitano e dai resti di un’impero coloniale che comprendono la Guyana, St. Pierre et Miquelon, Guadalupa, Martinica, St Martin, St Barthélemy, Polinesia francese, Nuova Caledonia, Wallis e Futuna, Clipperton, la Réunion, Mayotte, le isole Eparses, le isole Crozet, le isole Kerguelen, St.Paul et Amsterdam e la Terra Adélie,  tutte le minoranze linguistiche volessero dialogare a modo loro con le autorità ?

E non è tutto. Nel dibattito al Senato è stato taciuto il timore che la Francia sarebbe costretta a promuovere anche lingue di immigrati come arabi, armeni o rom. Anche se quella che continua orgogliosamente a definirsi « Patria dei diritti dell’uomo » ha firmato la Carta fin dal 1999, la Repubblica fa orecchie da mercante quando si tratta di ratificarla. D’altronde, anche la lingua dei segni è sull’elenco delle lingue delle minoranze degne di essere promosse !

Giustiniano Rossi

Parigi, 29 ottobre 2015

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