Il crollo del prezzo del petrolio non minaccia solo i bilanci dei petrolieri, ma anche quelli di alcuni Stati, come l’Azerbaigian e la Nigeria, che sono sull’orlo della bancarotta. Il primo sta negoziando con il Fondo Monetario Internazionale un prestito di 4 miliardi, il secondo uno di 3,5 miliardi di dollari con la Banca Mondiale. Il prezzo di un barile di petrolio (159 litri) è passato in 18 mesi da 100 a 30 dollari. Il 95% delle’ esportazioni dell’Azerbaigian e il 70% di quelle della Nigeria sono costituite da petrolio. Se il crollo dei prezzi continua, avranno lo stesso problema il Venezuela, la Guinea equatoriale, l’Ecuador, l’Angola o il Congo, che dovranno tappare enormi buchi di bilancio se non dispongono di riserve.

L’apparente paradosso è che sono proprio il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale i responsabili della crisi attuale di Paesi che hanno messo diligentemente in pratica i loro precetti : libero commercio, privatizzazioni, economia basata sull’esportazione di materie prime piuttosto che sulla diversificazione delle industrie.  Per i finanziatori occidentali, inoltre, la qualità democratica dei governi destinatari dei loro prestiti non è una priorità. Infatti l’Azerbaigian, uno dei Paesi più repressivi del mondo,  è una sorta di dittatura familiare. Una garanzia per FMI e Banca Mondiale.

Fortunatamente, il crollo dei prezzi aiuta molti altri. Nel mondo, oltre il 70% dei poveri vivono in Paesi che, come l’Etiopia, il Bangladesh o il Sudafrica,  importano più petrolio di quello che esportano. A medio termine, prezzi bassi del petrolio e dell’energia si ripercuotono su altri prezzi, ad esempio su quelli degli alimenti. Ad una riduzione del prezzo del petrolio del 45% corrisponde una riduzione di quello dei prodotti agricoli del 10%. Una boccata d’ossigeno per i 2,2 miliardi di poveri nel mondo.

Giustiniano Rossi

Parigi, 8 febbraio 2016

Print Friendly