Il 5 novembre scorso, nello Stato brasiliano di Minas Gerais, 17 persone sono morte e 2 sono disperse a causa del crollo di due dighe ed il conseguente sversamento di milioni di tonnellate di fanghi tossici nel fiume Rio Doce, avvelenato con la fauna e la flora delle terre circostanti per oltre 600 km. Il tribunale ha bloccato 500 milioni di reais (126,5 milioni di dollari) della compagnia mineraria Samarco e delle sue controllate, Vale e BHP, per il recupero dei luoghi devastati e la ricostruzione delle infrastrutture, della rete di igiene pubblica, delle piazze e degli edifici di Barra Longa, il comune più colpito.

Si tratta di una delle peggiori catastrofi ecologiche mai sofferta dal Brasile, che potrebbe costare all’impresa responsabile fino a 20 miliardi di reais (4,45 miliardi di euro) per le riparazioni e gli indennizzi necessari. Una somma enorme, se si pensa che nel 2000, in seguito a una fuga di petrolio nella baia Guanabara, a Rio de Janeiro, il gruppo Petrobras responsabile del disastro se l’era cavata con qualche decina di milioni di reais.

Samarco sapeva delle incrinature nelle due dighe, essendone stata informata da un suo consulente. Ma l’impresa nega e si difende affermando che « una diga è una struttura complessa e vulnerabile e il rischio zero non esiste… ». Le ONG protestano non solo per l’atteggiamento indifferente del gruppo Samarco, ma anche per l’inerzia del governo. Come sottolinea Greenpeace Brasil “la sicurezza delle dighe è compito degli stessi gruppi minerari, senza controllo esterno”. Ed è improbabile che la legge su miniere e dighe sia migliorata dato che le imprese hanno abbondantemente finanziato campagne e partiti politici.

La spettacolare colata di fango, che ha rovinato un gran numero di agricoltori e di pescatori del Rio Doce, ha lasciato un ricordo difficile da cancellare. L’immagine di Samarco, Vale e BHP non ne uscirà indenne. In particolare quella di Vale, impresa storica ed emblematica del Brasile che si chiamava, inizialmente, « Vale do Rio Doce ».

Giustiniano Rossi

Parigi, 3 marzo 2016

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