A rigor di logica, le istituzioni europee dovrebbero essere particolarmente impegnate a contrastare l’impressione, largamente diffusa, secondo la quale la maggior parte dei rappresentanti politici eletti a Bruxelles e a Strasburgo pensano solo ai loro vantaggi personali. E dunque il segnale lanciato dal presidente della Commissione europea, Juncker, con l’eliminazione di alcuni dei privilegi del suo predecessore, Barroso, è giusto. Se, d’ora in avanti, gli incontri ufficiali del nuovo consulente di Goldman-Sachs con rappresentanti della Commissione venissero pubblicati nel registro della trasparenza, per lui sarebbero dolori.

Dovrebbe trattarsi di un’ovvietà, dato che, ormai, Barroso non è che il rappresentante di una lobby finanziaria. Se fosse abbastanza leale con l’Europa, sarebbe stato lui stesso a proporre di rinunciare ai suoi privilegi. Ma il portoghese è anche il rappresentante di sé stesso ed è proprio grazie alla sua rete di conoscenze che ha ottenuto il suo nuovo impiego.

Il suo comportamento riflette quello della componente più conservatrice del parlamento europeo, quella che si oppone ferocemente ad una maggiore trasparenza ed a regole più severe per le lobby, le cui ingerenze nell’approvazione delle leggi raramente arrivano all’opinione pubblica. E’ contro tutto questo che Juncker dovrebbe esercitare delle pressioni, proprio lui che era entrato in carica promettendo maggiore trasparenza.

Ma, se è evidente che Barroso non andrà mai contro gli interessi dei suoi datori di lavoro, ufficiali adesso e ufficiosi prima, quando presiedeva la Commissione europea, la stessa cosa vale  per Juncker, che nella Commissione rappresenta gli interessi della lobby finanziaria che ha uno dei suoi paradisi proprio nel suo paese, il Lussemburgo.

Giustiniano Rossi

Parigi, 13 settembre 2016

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