Il 22 luglio del 1970, otto giorni dopo la « rivolta di Reggio Calabria », coordinata da un « Comiitato d’azione » guidato da esponenti del Movimento Sociale Italiano contro la decisione di attribuire a Catanzaro lo status di capoluogo di regione, i vagoni di coda del « Treno del Sole » Palermo-Torino  deragliano a poche centinaia di metri dalla stazione di Gioia Tauro, cittadina di 20.000 abitanti sulla costa tirrenica, a una quarantina di km da Reggio. I morti sono sei e i feriti oltre 70.

Non è stato un incidente, come sostiene allora la magistratura, ma un attentato. Lo capiscono subito Gianni Arico’, Angelo Casile, Franco Scordo, Luigi Lo Celso e Annelise Borth, cinque giovanissimi anarchici reggini. Sono detti « gli anarchici della baracca », nomignolo della villa Liberty, costruita come alloggio d’emergenza dopo il terremoto del 1908, centro di aggregazione per gli anarchici della città negli anni 60. E decidono di portare i documenti comprovanti le vere ragioni del disastro a Roma, alla redazione di « Umanità Nova » e a quell’avvocato Di Giovanni che era stato uno dei curatori della « Strage di Stato » di meno di un anno prima.

Sono da poco passate le 23, la sera del 26 settembre 1970, e la Mini minor con a bordo i cinque giovani procede nella zona di Ferentino, provincia di Frosinone, a 58 km da Roma. La strada è rettilinea, bitumata, asciutta e in salita. Il tempo è sereno e la visibilità è buona. Il traffico normale. La Mini si schianta contro un autotreno carico di barattoli di conserva fermo in corsia d’emergenza con le luci spente. I tre sul sedile posteriore muoiono sul colpo. Gianni Arico’, alla guida, ventiquattr’ore dopo e la sua compagna, Anneliese, al termine di un’agonia durata venti giorni.

I documenti e le agende dei giovani non saranno mai ritrovati. I due camionisti coinvolti sono dipendenti di una ditta facente capo a Junio Valerio Borghese, futura guida del “golpe Borghese”, di pochi mesi successivo a questo “incidente” La strage di Gioia Tauro e l’ « incidente » di Ferentino vengono archiviati dalla magistratura e « dimenticati » dalla stampa. Solo 23 anni dopo Giacomo Lauro e Carmine Dominici, due pentiti della ‘ndrangheta, raccontano al giudice Guido Salvini, che indaga sull’eversione nera, dell’alleanza fra neofascisti e ‘ndrangheta negli anni 70. Il deragliamento è stato provocato da una carica di esplosivo sistemata sui binari. I responsabili, naturalmente, sono tutti morti. Non i mandanti.

Nel manifesto a lutto gli anarchici reggini scrivono: « Un tragico incidente stradale ha stroncato la vita dei giovani anarchici Giovanni Aricò, Angelo Casile, Luigi Lo Celso, Francesco Scordo. Manifestiamo la nostra profonda ammirazione e gratitudine verso questi compagni che, animati da sublimi ideali, hanno dedicato la loro breve esistenza lottando tenacemente contro ogni forma di ingiustizia sociale in un continuo anelito di libertà e di amore verso i poveri, gli umili e gli sfruttati ».

Giustiniano Rossi

Parigi, 27 settembre 2016

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