Da un paio di settimane, Bana-Al Abed commuove il mondo. La bambina, 7 anni, vive con i suoi due fratelli e la madre, Fatima, nella parte est di Aleppo, occupata dai cosiddetti ribelli. Quasi ogni giorno Bana e sua madre scrivono notizie sulla guerra sul loro conto Twitter. « Ho fame, voglio vivere, non voglio morire », ha twittato recentemente. I grandi media internazionali si precipitano avidamente sulla bambina e riferiscono quasi ogni giorno dei suoi ultimi tweets, nei quali fa appello al mondo perché intervenga ad Aleppo. « Assad e Putin, fermate le bombe », è scritto su un foglietto che Bana tiene davanti alla videocamera.

Qualcuno pero’ ha notato alcune incongruenze. Si è chiesto come sia  possibile che una ragazzina dell’età di Bana scriva cosi’ bene in inglese. La bimba parla la lingua, per lei straniera, in modo rudimentale, come mostra un video postato su Twitter nel quale Bana ringrazia in un inglese zoppicante per alcuni e .books « Harry Potter » che le ha mandato ad Aleppo la scrittrice di successo Joanne K. Rowling. Viene fuori che non è Bana ma sua madre Fatima a scrivere i tweets. Sotto c’è un calcolo : a una ragazzina si presta naturalmente più attenzione che a una donna adulta. L’abuso di bambini per la propaganda di guerra ha una lunga tradizione non solo in Siria, ma in tutto il mondo. Al network  non importa del trucco. Nel frattempo 200.000 user seguono su Twitter Bana, ovvero sua madre, allertati dalla stampa e dalla TV.

Domenica scorsa l’account improvvisamente scompare e tutti temono il peggio. Poco prima la madre aveva scritto : « Siamo sicure che l’esercito siriano ci farà prigioniere. Caro mondo, ci vediamo un altro giorno. Ciao. » L’account viene cancellato e i media internazionali si domandano preoccupati cosa sia successo a Bana e alla sua famiglia. Gonfiano la notizia. E’ un’altra prova della brutalità del regime siriano da loro constatata. Ma, miracolo, un giorno dopo Bana è di nuovo online: “Hallo, amici. Sto bene », scrive. Non è noto quale ruolo abbia la madre. Se sia in relazione con i ribelli, in gran parte islamisti, di Aleppo. Russia e Siria sono sicure che dietro quest’operazione di propaganda ci siano i guerrieri del profeta. Poco tempo fa ha fatto il giro del mondo una foto che mostra un bambino di Aleppo, seduto in un’ambulanza, completamento coperto di polvere e con il volto insaguinato. Anche in questo caso si tratta di un falso, dice il governo russo. Semplice propaganda, dunque.

A questo proposito viene particolarmente criticata la « Organizzazione per la protezione civile » dei « Caschi bianchi », attiva nei territori occupati dai « ribelli ». Quest’anno hanno avuto perfino il Premio Nobel alternativo per la pace. L’organizzazione è stata costituita dagli USA e dalla Gran Bretagna e finanziata da Londra con cinque milioni di sterline. Alle spese partecipano anche i Paesi Bassi. Il noto giornalista americano Max Blumenthal non è il solo ad aver formulato gravi dubbi sulle nobili ed apolitiche intenzioni dei soccorritori. Lo sponsor è comunque l’agenzia americana USAID, che ha contribuito, finora, con 23 milioni di dollari. Su Internet girano video che dovrebbero dimostrare la partecipazione di “caschi bianchi” come testimoni oculari delle esecuzioni. Su uno di questi brevi filmati si puo’ vedere come un soccorritore porta via il cadavere di un uomo assassinato poco prima da islamisti del fronte Nusra. L’organizzazione si è giustificata sostenendo che voleva solo seppellirlo d’urgenza. I casi di questo tipo sono innumerevoli.

Dall’inizio della guerra in Siria i media internazionali sono diventati complici dei cosiddetti ribelli e sono fermamente decisi a continuare su questa linea fino alla fine, anche se devono distorcere la realtà. Lunedi’ scorso, ad esempio, i ribelli hanno lanciato dalla parte occupata della città delle granate su un ospedale da campo russo nel quale vengono curati civili siriani. Due dottoresse russe hanno perso la vita ed un altro medico è stato gravemente ferito. Sono stati ben rari i media occidentali che hanno riferito del bombardamento.

Giustiniano Rossi

Parigi, 8 dicembre 2016

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