La statura politica di Martin McGuinness ha, senza dubbio, marcato una buona parte della storia recente della questione irlandese. Ex comandante della Provisional IRA, ha contribuito in maniera fondamentale al progresso di pace, dando una spinta notevole agli Accordi del Venerdì Santo. McGuinness ha, inoltre, ricoperto, il ruolo di Vice-Premier del fragilissimo governo nordirlandese per oltre dieci anni, fino al gennaio 2017, quando si è dimesso in segno di protesta contro un esoso e molto discusso provvedimento sulle rinnovabili proposto dal primo ministro (unionista) Arlene Foster[1].

La morte dello stesso McGuinness il 21 Marzo coincide con uno dei momenti politicamente più delicati dell’Ulster dal momento che, per la prima volta nella storia, non c’è più un parlamento a maggioranza lealista. Infatti, il blocco unionista (DUP ed UUP) ha conquistato 37 seggi alle elezioni del 2 Marzo che, sommati ai 2 occupati da altri esponenti della politica filo-britannica portano il conto a 39 su 90.  Il blocco nazionalista (Sinn Fein assieme al più moderato SDLP) arriva, invece, a 37 e proprio il Sinn Fein (il cui nome in gaelico è traducibile con Noi Soli) ha visto un aumento di quasi il 4% di voti rispetto al 2016[2]. L’emorragia di consenso del blocco unionista, però, non è confluita nel fronte nazionalista; infatti, c’è stato un discreto exploit elettorale di partiti che non fanno della questione nazionale il problema principale, come il People Before Profit (che ha condotto una campagna imperniata sulla critica all’austerity ed alla corruzione), i Verdi e, soprattutto, il partito Alliance, che ha raccolto i voti dei protestanti delusi dalle tradizionali forze politiche unioniste. Da dove nasce tanta disaffezione? In primo luogo, la pessima gestione politica (e non solo) dello scandalo energico, contro cui si era sollevato Martin McGuinness[3]. Tuttavia, un altro motivo di scontento è costituito dall’esito del referendum per la Brexit e dal massiccio appoggio del più grande partito lealista  ̶  il DUP  ̶  nei confronti dell’uscita dall’UE, nonostante il parere disomogeneo della sua base elettorale[4].

Se si fosse votato solo nelle sei contee, infatti, il Remain avrebbe vinto col 56% delle preferenze; di conseguenza, la scelta di restare nell’Unione ha avuto un discreto seguito sia tra i cattolici che tra i protestanti. Invece, l’uscita della Gran Bretagna dall’UE creerà due conseguenze, una politica e l’altra economica. Quella politica è facilmente intuibile: ci sarà, di nuovo, una vera frontiera a separare l’Eire dalla porzione d’isola controllata dall’Irlanda; anche solo simbolicamente gli accordi di pace sono, dunque, seriamente messi in gioco[5]. L’altra conseguenza, invece, è economica: la Brexit impedirà all’Ulster di accedere ai fondi per lo sviluppo e danneggerà diversi settori della produzione delle sei contee, dall’ agroalimentare, agli investimenti fino all’import-export con l’Eire e i paesi dell’Ue, mercati più importanti della stessa UK per i prodotti nordirlandesi[6]. La situazione politica, dunque, è oltremodo imprevedibile e sembra prefigurarsi una fase molto delicata per la stabilità irlandese.

 

In questo contesto, è proprio il Sinn Fein che sembra avere tutte le carte in mano. Infatti, può favorire la formazione di un nuovo esecutivo nordirlandese  ̶  che dovrà presumibilmente formarsi entro lunedì  ̶  solo a patto di concessioni pesanti in maniera di diritti civili, come  il riconoscimento del matrimonio omosessuale

o l’incentivazione alla lingua e alla cultura gaelica[7]. Qualora non si trovi un accordo, sarà il governo di Londra a dover farsi carico della situazione, gestendo la situazione politica nordirlandese assieme all’ancor più delicato negoziato per uscire dall’Unione Europea; in questo caso più saranno disastrose le scelte politiche britanniche maggiore sarà il credito che avranno le posizioni repubblicane. Gli eventi, però, potrebbero subire un’accelerata improvvisa: il successore di McGuinness, Michelle O’Neill, ha sottolineato all’indomani delle elezioni la necessità di far partire un referendum per l’indipendenza, accodandosi così alla Scozia e lo stesso Gerry Adams, il volto più noto del SF, ha parlato di una «opportunità senza precedenti» per l’unificazione delle 32 contee ed ha annunciato la proposta di creare una commissione per l’unificazione al Parlamento di Dublino[8]. È piuttosto complicato intuire cosa succederà nel medio termine; ciò che è chiaro, però, è che l’opportunità di una riunificazione inizia a sembrare qualcosa di ineluttabile[9] ed è oggetto di seria riflessione anche in ambienti politici sicuramente poco legati all’indipendentismo socialista[10].

Certamente la scomparsa di Martin McGuinness rappresenta una perdita enorme per un movimento che proprio in un momento così delicato aveva bisogno delle sue intelligenze migliori e della sua esperienza; tuttavia, la storia irlandese è piena di donne ed uomini che, per parafrasare Bobby Sands, «possono morire, ma lo spirito della Repubblica del 1916 non morirà. Fino all’indipendenza ed alla liberazione del nostro popolo».

Matteo Leta

26 marzo 2017


[10] Si veda, ad esempio, il paper Modeling Irish Unification (2015) fatto da alcuni accademici liberali: http://prcg.com/modeling-irish-unification/report.pdf.

Print Friendly