Era chiaro da mesi che la lettera sarebbe arrivata. Eppure, quando Theresa May si è finalmente decisa, mercoledi’, a comunicare ufficialmente la decisione del Brexit a Bruxelles, la notizia è stata incredibilmente gonfiata. L’ambasciatore inglese Tim Barrow è stato filmato mentre, un passo dopo l’altro, si reca nella nuova sede del Consiglio europeo per rimettere la richiesta. Il presidente Donald Tusk presenta alla stampa, davanti alle telecamere, la lettera di sei pagine.

« Eccola » dice il polacco in inglese. Non c’è motivo di far finta « che sia un giorno felice », aggiunge. Il B-day, come la stampa inglese chiama il giorno del Brexit, è un duro colpo. « Sentiamo già la vostra mancanza », manda a dire Tusk agli inglesi, aggiungendo che l’uscita ha anche qualcosa di positivo : « siamo più decisi e uniti che mai », aggiunge alludendo al vertice di Roma dello scorso fine settimana, quando il resto dell’EU ha solennemente confermato la sua solidarietà. In pratica, l’unità è di là da venire. Se le cose andassero diversamente, i 27 membri dell’UE potrebbero iniziare da subito il negoziato con la Gran Bretagna. Ma non è cosi’.

Anzitutto, Tusk deve esaminare attentamente la lettera di divorzio e accertarsi che non ci siano errori o trappole. Poi sottoporre un progetto da far approvare ai 27 in un vertice straordinario. E solo dopo, a metà maggio, il poker del Brexit puo’ veramente cominciare. Prima, nessuno vuole che gli altri vedano le sue carte. Solo l’obiettivo è chiaro : gli inglesi vorrebbero lasciare l’UE più rapidamente possibile, spendendo il meno possibile e con un accesso al mercato europeo più libero possibile. L’UE, invece, cerca di « limitare i danni », secondo la formula usata da Tusk. I cocci devono essere ridotti al minimo, dato che si sa già che gli inglesi servono. Anche dopo la loro uscita dall’UE.

« Saremo uniti come un sol uomo per minimizzare i costi per i cittadini e le imprese », promette Tusk. Ma, già adesso, il danno è gigantesco. Sull’isola, tre milioni di cittadini europei non sanno cosa succederà e molti hanno già fatto le valige. Anche se il capo dei negoziatori della Commissione UE, Michel Barnier, dice di mettere i diritti dei cittadini in cima all’agenda delle discussioni sul Brexit e di voler risolvere il problema entro la fine dell’anno, non è affatto scontato che gli inglesi siano dello stesso avviso.

Ci sono anche altri problemi in agenda. Ad esempio il « conto salato » di 60 miliardi di euro che il capo della Commissione Jean-Claude Juncker intende presentare agli inglesi. E c’è pure il parlamento europeo, che deve approvare il risultato del negoziato e ha già dichiarato di essere favorevole alla linea dura, che non prevede che, in un primo tempo,  alla Gran Bretagna sia proposto un Trattato di libero scambio. Tuttavia è proprio l’accesso al mercato europeo la priorità per Theresa May. Nella sua lettera a Tusk, dice di auspicare un “Trattato commerciale” ardito ed ambizioso. Come in un vero divorzio, l’accordo non c’è neppure sulle cose fondamentali.

Giustiniano

2 aprile 2017

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