Nel 1968, Italo Calvino viveva già da qualche anno a Parigi, dove poté osservare con partecipazione gli eventi carichi di conseguenze del maggio parigino. In un’atmosfera incline a dar credito alle utopie più radicali, gli venne in mente un racconto, la Decapitazione dei capi, che definì in questi termini:

« (…) sono abbozzi di un libro che da tempo vado progettando e che vorrebbe proporre un nuovo modello di società, cioè un sistema politico basato sulla uccisione rituale dell’intera classe dirigente a intervalli di tempo regolari. Non ho ancora deciso che forma avrà il libro. Ognuno dei capitoli che ora presento potrebbe essere l’inizio di un libro diverso».

 

Siamo in un paese fantastico, in un giorno di festa. Uno straniero incuriosito dall’effervescenza che si respira nelle strade e nelle piazze, scopre che il popolo si appresta a celebrare in un clima di festosa allegria la decapitazione di un dirigente giunto alla fine del suo mandato. Incredulo chiede spiegazioni sul senso di un rituale così cruento e un uomo occhialuto, il solo a sembrare immune dall’euforia circostante, gli risponde con tono assorto: ”L’autorità sugli altri è una cosa sola col diritto che gli altri

hanno di farti salire sul palco e abbatterti, un giorno non lontano … che autorità avrebbe un capo, se non fosse circondato da questa attesa? E se non gliela si leggesse negli occhi a lui stesso, questa attesa, per tutto il tempo che dura la sua carica, secondo per secondo? Le istituzioni civili riposano su questo doppio aspetto dell’autorità, non si è mai vista civiltà che adottasse altro sistema”. L’uomo che risponde, si capisce, è un dirigente politico conscio delle responsabilità che ben presto gli incomberanno, una volta giustiziato il suo predecessore.

 

La fête de l’Humanité, tenutasi pochi giorni fa alla Corneuve nella periferia nord di Parigi, è una grande “Kermesse” politica che anno dopo anno riattualizza gli antichi rituali carnevaleschi d’inversione del mondo, quando la greve sudditanza all’ordine stabilito è sostituita, per il tempo della festa, da una condivisione libera e gioiosa dell’abbondanza. Come ogni anno, l’albero della cuccagna è solidamente piantato nel “Village du monde”, dove l’occhio è catturato da una straordinaria varietà di colori e si respirano profumi insoliti e allettanti. Come ogni anno è di buon augurio bruciare l’effigie del re carnevale che oggi porta i tratti glabri del presidente Macron.

 

Nello stand italiano tenuto dal circolo parigino “Carlo Giuliani” di Rifondazione Comunista, tra un piatto di pasta e un limoncello si discute di politica, e tra i numerosi frequentatori domina una forte apprensione: alla consapevolezza di dovere affrontare un conflitto sociale che qui in Francia, a colpi di “49.3” e “ordonnances”, si fa sempre più duro, si accompagna il disappunto di presentarsi in ordine sparso agli appuntamenti di una settimana cruciale in cui la piazza dovrà far sentire forte la sua voce. Il buon senso dei militanti di base stride però con la cacofonia dei dirigenti politici incapaci, nei discorsi tenuti in questi giorni, di andare al di là di frecciatine scadenti, dettate unicamente dalla volontà di legittimare, ciascuno, la propria leadership.

 

Nelle sue prove di romanzo, Calvino aveva inserito una variante conclusiva molto interessante. Il rituale della decapitazione, troppo radicale, veniva sostituito dalla “potatura” progressiva dei capi, altrettanto efficace e pedagogica: «con un danno per il fisico relativamente modesto – scrive Calvino – si ottenevano risultati morali di rilievo. I giovani dirigenti, ogni volta che avanzavano la mano per firmare un documento o per sottolineare un secco gesto, una frase in una relazione, si ritrovavano sotto gli occhi le dita mozze, e questo aveva una immediata efficacia mnemonica, stabilendo l’associazione di idee tra l’organo del comando ed il tempo che s’accorciava”.

 

In questi giorni passati al bancone dello stand di Rifondazione, tra uno scambio e l’altro mi è venuta in mente la scena conclusiva di questo bel racconto politico, una scena surreale in senso stretto:

«La strada è lunga. L’ora della rivoluzione non è ancora suonata. I dirigenti del movimento continuano a sottomettersi al bisturi. Quando arriveranno al potere? Per tardi che sia saranno i primi capi che non deluderanno le speranze riposte in loro. Già li vediamo sfilare per le vie imbandierate il giorno dell’insediamento: arrancando con la gamba di legno chi ancora avrà una gamba intera; o spingendo la carriola con un braccio chi ancora avrà un braccio per spingerla, i visi nascosti da maschere piumate per nascondere le scarnificazioni più ripugnanti alla vista, alcuni inalberando il proprio scalpo come un cimelio. In quel momento sarà chiaro che solo in quel minimo di carne che loro resta potrà incarnarsi il potere, se un potere ancora avrà da esistere».

 

Ecco, alla vigilia di una settimana di lotte, come mi piacerebbe vedere i nostril attuali leader.

 

Sergio Cappello

19 settembre 2017

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