Forse, da martedi’, il presidente catalano Carles Puigdemont è arrivato dove voleva il suo partito PdeCat (Partit Democrata Català). Ha annunciato l’indipendenza della Catalogna, ma l’ha subito sospesa « per risolvere con il dialogo il conflitto fra la Catalogna e lo Stato spagnolo e rispettare la volontà dei cittadini ». Nessuno dei suoi predecessori ha mai potuto esercitare una simile pressione sul governo centrale ed avere tante persone dietro di sé che chiedono uno Stato indipendente.

Il movimento indipendentista è riuscito a bypassare il governo spagnolo. Rajoy aveva dichiarato che il 1° ottobre non ci sarebbe stato nessun rereferendum. Le urne sono state sequestrate e i seggi chiusi. Malgrado la brutalità della polizia le urne c’erano e più di due milioni di elettori hanno votato. Che il referendum non fosse una cosa seria nessuno lo contesta. Ma ha dimostrato le dimensioni e la forza del movimento. Il governo catalano ha vinto anche lo scontro simbolico. Sui media internazionali la Spagna è stata presentata come uno Stato centrale che agisce con brutalità. Bandiere agitate dai fascisti hanno fatto il giro del mondo, è stato fatto un parallelo con la dittatura franchista, si è fatto credere che la Spagna derubi la Catalogna.

La realtà è più complessa. Anche se un nazionalismo spagnolo creduto superato ha assunto dimensioni inattese, anche se il governo ha reagito nel modo più stupido alla spinta indipendentista, sono in molti, negli ambienti intorno a Podemos e ai comunisti, ad auspicare un referendum  sull’indipendenza con garanzie adeguate. In Catalogna, la politica la fa un’alleanza di tre partiti che perseguono obiettivi sociali opposti : il PDeCat, borghese conservatore, l’Esquerra Republicana, sinistra repubblicana e la CUP, sinistra rivoluzionaria. Quest’ultimo è il gruppo più piccolo ma è decisivo per formare la maggioranza. E’ il nazionalismo ad unire i tre partiti. PDeCat è il successore di CiU, il partito che ha fatto per decenni la storia della Catalogna e che non ha mai rivendicato l’indipendenza, limitandosi a sostenere governi di minoranza del PSOE (socialisti) e del PP (conservatori).

Difficile distinguere la sua politica da quella del PP. Stesse misure di austerità. Tagli alla spesa sociale come la sanità e l’istruzione ancora più brutali che nel resto della Spagna. Come il PP, il CiU è stato coinvolto in numerosi scandali e i rapporti fra economia e politica sono opachi. Dagli ambienti nazionalisti si urla sempre più forte che esiste una superemazia non solo economica ma anche culturale dei catalani sul resto degli spagnoli. I media fanno soprattutto propaganda, in Catalogna come in Spagna. E’ dubbio che questa coalizione sia in grado di imporre un modello sociale di repubblica superando le resistenza della borghesia catalana.

Oltre ai vantaggi economici di un’indipendenza che non è realista né solidale con le regioni più povere della Spagna, è soprattutto il rifiuto dell’oligarchia politica, economica e mediatica nazionale a nutrire il movimento. Ma nel resto del Paese avviene lo stesso ! La divisione non è tanto fra la Spagna e la Catalogna ma piuttosto fra una concezione dello Stato superata e una nuova, sorta fra l’altro dal movimento di protesta degli Indignados, che vorrebbe rinnovare e migliorare la struttura sociale e politica. Che si arrivi ad un refrendum legale, concordato con Madrid, è altrettanto incerto quanto il suo esito. L’unica cosa certa è che nei passati decenni non c’è stato nessun altro conflitto che avrà conseguenza tanto profonde quanto questo.

Giustiniano

12 ottobre 2017

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