Gli ebrei vivono a Roma dall’epoca di Giuda Maccabeo, nel II secolo a.c.  Nel 1555, il papa Paolo V li rinchiude nel ghetto, un quadrilatero a ridosso del Teatro Marcello identificato come Portico d’Ottavia. La vita al suo interno (a metà del 1600 vi vivono 9.000 persone), si svolge tra persecuzioni, umiliazioni, leggi speciali e pesanti costrizioni, in una quotidianità segnata dalle scarse condizioni igieniche, dalle inondazioni, dalla mancanza di acqua corrente e dalle abitazioni straripanti e malsane. La situazione inizia a cambiare solo nel 1870, anno in cui lo Stato Pontificio cade e gli ebrei cominciano a vivere come qualsiasi altro cittadino, riprendendosi i loro diritti e inserendosi nuovamente nella vita sociale della città. Il ghetto viene raso al suolo nel 1888. Fra l’800 e il 900, molti ebrei romani lo lasciano e si stabiliscono in altre zone della città. Vi restano soprattutto i poveri, quelli che esercitano piccoli mestieri, i venditori ambulanti, i « robivecchi », raccoglitori e venditori di qualsiasi oggetto. Sono circa 5.000. Nel settembre del 1938 vengono promulgate le leggi razziali, anticamera dei campi di sterminio nazisti. Tutti gli ebrei sono coinvolti. Diventano « invisibili ». Chi muore non ha più neppure il diritto a un necrologio sui giornali. I vivi sono registrati in una lista, quindi perfettamente identificabili, per separali dal resto dei romani.

Gli anni che vanno dal 1938 al 1943, quelli della « persecuzione dei diritti », si saldano con gli anni della « persecuzione delle vite », fra il 1943 e il 1945. Progressivamente, gli ebrei prendono coscienza che la loro persecuzione non è un’imposizione dello straniero, ma un dramma italiano, quello di italiani contro italiani. Italiani che, quando gli ebrei vengono deportati, compaiono come collaboratori, delatori, complici e, talvolta, veri persecutori. 2.489 ebrei sono arrestati da tedeschi, 1.898 da italiani, 312 in collaborazione. Le responsabilità nell’arresto dei rimanenti 2.314 restano ignote. La maggioranza degli italiani, pur non essendo antisemita, è spettatrice passiva della politica fascista. Il 16 ottobre 1943, un sabato, le SS invadono il Portico d’Ottavia poco dopo le 5 del mattino e vi rastrellano 1.024 persone. 200 sono bambini. Vengono stipati in diciotto vagoni piombati. Partono due giorni dopo, il 18 ottobre alle 14.05, dalla stazione Tiburtina. Arrivano ad Auschwitz, nella Polonia occupata dai nazisti, dopo un viaggio durato sei giorni. Tutti i bambini vengono eliminati. Degli adulti, tornano a Roma quindici uomini (l’ultimo ancora in vita è Lello Di Segni) e una donna, Settimia Spizzichino (morta nel 2000), alla quale Roma dedica il Cavalcavia Ostiense nel 2012.

Del Portico d’Ottavia resta oggi la tradizione culinaria romano-giudaica. Ristoranti e trattorie propongono frattaglie, « coppiette », carne secca, brodo di pesce, carciofi alla giudia, aliciotti con l’indivia. Per finire, il tortolicchio, da « tortore », che in romanesco significa bastone, sensuale e afrodisiaco biscotto di mandorle e miele tipico della festa di Purim …

Giustiniano

17 ottobre 2017

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