Il 24 ottobre 2016 la polizia sgomberava la « giungla » di Calais. Un anno dopo,  non è restato nulla del villaggio di allora, pieno di rabbia, miseria, lutti ma anche di solidarietà e di speranza. La « giungla » non c’è più, ma le persone si’. A Calais o nelle vicinanze vivono 1000-1200 persone, che continuano a sperare di raggiungere l’Inghilterra. Passano la notte all’aperto, senza neppure una tenda. La polizia confisca o distrugge le coperte e i sacchi a pelo.

Calais resta il punto di passaggio dal continente all’Inghilterra. Altrimenti sarà un altro. Voler risolvere il problema sgomberando la « giungla » è stato miope quanto rivoltante. Lo sgombero doveva servire ad accogliere i migranti altrove. I 4.000 posti previsti erano meno della metà di quelli necessari. I minori, che avrebbero dovuto essere accolti in Inghilterra, sono stati respinti. Ne sono stati accolti solo 200.

Al posto di un grande accampamento, ora ce ne sono parecchi. Piccoli. Il più grande è a 500 metri dal vecchio, in un boschetto della zona industriale. La situazione per i migranti è peggiorata. La « giungla » proteggeva le persone dalla polizia e dai fascisti locali. C’erano ristorantini, scuole, librerie, corsi di lingua, un teatro, centri religiosi, punti acqua, docce, gabinetti e il diritto di distribuire cibo ed altri generi più di due ore al giorno.

Il numero dei volontari è più che dimezzato. Da più di 100 sono ridotti a meno di 50. Per i doni non va meglio. La Refugee Community Kitchen (RCK), che prepara ogni giorno 2.000 pasti caldi, ha fondi per un mese ancora. Forse, unico aspetto positivo di questo anniversario dello sgombero, per un paio d’ore l’opinione pubblica internazionale ricorderà la « giungla ». Forse arriveranno abbastanza doni per sopravvivere all’inverno. A Calais, rinunciare non è un’opzione. Ma è più facile dirlo quando si sta seduti al caldo e la pioggia fredda batte contro i vetri delle finestre…

Giustiniano

23 ottobre 2017

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