Giovedi’ 2 novembre, invece di andare a trovare i morti, siamo andati a trovare quelli che la morte l’hanno vista in faccia. A Riace. Nel gruppo ci sono due Bénédicte, due Franceschi, Sergio, Sandro, Adele, Mattia, Giustiniano, Anna, Caterina. Vengono da Parigi, Roma, Cosenza, Trebisacce. C’è un bel sole. Nel paese si respira serenità. Anche i muri trasudano umanità. In Comune, siamo accolti dal sindaco, Mimmo Lucano. Sono passati 20 anni da quando una barca carica di profughi curdi si è arenata davanti a Riace e tutto è cominciato. Il paese è rinato. La scuola si è riempita di bambini dai colori dell’arcobaleno. Centinaia di afghani, pakistani, eritrei, etiopi, nigeriani, somali sono diventati riacesi. C’erano persone senza casa e case senza persone che,  abbandonate dagli emigrati delle generazioni di ieri, sono state restaurate ed occupate dagli immigrati di quelle di oggi, che rappresentano ormai ¼ della popolazione. Con i 35 euro giornalieri disponibili per ogni rifugiato sono finanziati l’insegnamento dell’italiano, la scolarizzazione dei bambini, corsi di formazione professionale. Le tradizioni dell’artigianato riacese rivivono nelle botteghe di ceramica, di ricamo e di tessitura, dove lavorano calabresi e rifugiati . Altri sono impegnati in agricoltura, nell’allevamento, nei servizi. Un frantoio sta per aprire i battenti.

Una moneta locale con i volti, fra gli altri, di  Che Guevara,  Nelson Mandela, Martin Luther King, viene spesa liberamente dai richiedenti asilo nelle botteghe del paese, in attesa che lo Stato si decida ad inviare i soldi che, altrove, servono a malapena ad ospitarli e nutrirli in edifici spesso fatiscenti. L’arretrato è già di oltre due anni e, senza quella moneta, sarebbe necessario contrarre prestiti e pagare interessi alle banche. Il programma di inserimento è limitato a sei mesi. Troppo pochi per integrare i rifugiati nella comunità. Domenico Lucano, per il quale la giustizia ha sempre  e comunque la precedenza sulla legalità,  prolunga il sostegno per il tempo necessario. Il sindaco è forse l’unico a realizzare un tipo di accoglienza che favorisce chi viene accolto piuttosto che chi accoglie, fornendo linfa vitale al territorio, all’economia e alla società locale. E riequilibrando la demografia. Ma tutto questo è troppo per un prefetto con chiare simpatie fasciste ed uno Stato impegnato a concludere accordi con le bande armate che controllano la Libia perché « trattengano » i profughi. Uno Stato che sembra ignorare i loschi traffici di sedicenti associazioni umanitarie che « accolgono » quelli che, dopo aver rischiato la vita, arrivano sulle nostre coste. La magistratura accusa Mimmo Lucano di truffa e concussione. La lotta per la costruzione della Città Futura, nome emblematico dell’associazione fondata da  lui, schierato da sempre a sinistra,  e da Baran, un profugo curdo ex combattente del PKK, prosegue da quando le loro vite si sono incrociate, nell’ormai lontano 1998.

Nel 2011, il regista Wim Wenders dichiarava a Berlino, davanti a una platea di Premi Nobel per la Pace, che « la vera utopia non è la caduta del Muro di Berlino, ma quello che accade nel paese di Riace, in Calabria ». Noi ci siamo tornati per testimoniare a Mimmo ed ai vecchi e nuovi riacesi la nostra ferma  volontà di contribuire alla realizzazione di quell’utopia.

Giustiniano

5 novembre 2017

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