Il 10 novembre 1975, l’Assemblea generale dell’ONU adotta la Risoluzione 3379, che assimila esplicitamente il sionismo a « una forma di razzismo e di discriminazione razziale ». Ma, oltre che dal sionismo classico, la politica che USA e Israele praticano in Palestina da 70 anni è ispirata dal movimento  neo-conservatore, sorto negli Stati uniti all’indomani della II Guerra mondiale. Milita per la globalizzazione dell’economia di mercato e denuncia sistematicamente la politica dell’URSS, quindi della Russia. Nel corso degli anni 60, influenzati dagli insegnamenti di Leo Strauss e Alan Bloom, i neo-conservatori pensano di frenare la decadenza morale dell’Occidente alleando Ragione e Fede, la Scienza e la Bibbia, gli USA e Israele.

Si devono a loro, oltre all’ossimoro della « democratizzazione forzata », l’assimilazione del comunismo al nazismo, la teopolitica (secondo la quale la pace mondiale è subordinata all’insediamento di uno Stato ebraico in Terra santa) e, soprattutto, lo « scontro delle civiltà ». Questo concetto, inventato da Bernard Lewis e Samuel Huntington, serve da alibi intellettuale alle avventure coloniali nel mondo musulmano (Palestina, Somalia, Afghanistan, Irak, Libia, Siria). E’ usato anche per motivare i Paesi e le popolazioni recalcitranti agitando il pericolo arabo-musulmano, come un tempo veniva agitata la minaccia bolscevica.

Quest’ultima nozione resta centrale nella propaganda sionista per giustificare il regime di apartheid in Palestina. I neo-conservatori si identificano con il partito della guerra e cambiano formazione poilitica ad ogni alternanza presidenziale. Democratici con Carter, repubblicani con Reagan e Bush padre, democratici con Clinton, repubblicani con Bush figlio, nuovamente democratici con Obama, ridiventano repubblicani con Trump. Servitori di ogni  presidente, gli consigliano sempre di estendere la « democrazia » con la forza e di sostenere Israele.

Giustiniano

10 novembre 2017

Print Friendly