In un quartiere periferico di Tangeri, in un bar improvvisato tenuto da una coppia di camerunesi dall’estate 2016, dove l’alcool è di contrabbando, l’affitto è pagato a nero e i clienti sono sans papiers, dei migranti si incontrano per discutere, bere, dimenticare la miseria. Arrivano dal deserto algerino dopo due mesi di marcia. Uno su dieci sopravvive.  Tangeri è l’ultima tappa del viaggio. Moussa ha tentato la traversata del Mediterraneo una decina di volte. In barca, a nuoto.  Inutilmente. Come migliaia di altri, si è rassegnato a restare in Marocco. Vive di lavoretti. Impossibile integrarsi.

Mentre l’Europa cerca con tutti i mezzi di chiudere le porte ai migranti e l’Algeria ne rende più difficile l’ingresso, il Marocco, preoccupato per la sua reputazione sul continente dopo essere rientrato nell’Unione Africana all’inizio dell’anno,  tenta di accreditarsi come Paese di accoglienza, moltiplicando le campagne di regolarizzazione. Ma discriminazioni, maltrattamenti, violenze poliziesche non sono cessati …

Solo nel bar di Tangeri Moussa e gli altri possono tirare il fiato. Raccontare.  Nella foresta, la polizia li batte senza pietà. Certi tassisti rifiutano di prenderli a bordo. In strada sono insultati. Li chiamano « azzi », che nel dialetto marocchino significa « negri ». Sono sul gradino più basso della scala sociale.  Nella vita di tutti i giorni, gli ostacoli sono molti. Succede che lavorino per un padrone che alla fine non li paga perché non hanno documenti. Sulle loro spalle funziona un’economia parallela, fatta di affitti esorbitanti, lavoro nero, traffici di vario tipo.

Quando finiscono in prigione, li mettono insieme ai malati mentali o agli affetti da malattie infettive. Nel bar parlano dei loro progetti, del poco di positivo della loro vita, dimenticando per qualche ora il freddo delle notti, i soggiorni in carcere, le botte. Frank è appassionato di fotografia. Ha 20.000 followers sulla sua pagina FB. Il giovane nigeriano ha un sogno “Fare il viaggio inverso, da Tangeri a Lagos, e fotografare tutte le scene che segnano il tragitto di un migrante verso l’Europa” mostrando al pubblico « quello che i media non possono mostrare ». E aggiunge : « alla TV si vedono sempre le stesse immagini. Migranti appesi al filo spinato nelle enclave spagnole o i morti nel Mediterraneo. E tutti questi bambini che muoiono di fame nei deserti del Marocco e dell’Algeria, tutti questi migranti uccisi durante il viaggio ? Non esistono ».

Giustiniano

13 novembre 2017

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