L’aria è calda. Solo un  platano fa un po’ d’ombra. Eppure, oltre 200 nuovi profughi ascoltano tranquillamente, in file ordinate, Godfrey Moyengo che dà loro il benvenuto. « Qui non ci sono cisterne, scuole, ospedali speciali per i profughi. Le risorse sono uguali per voi e per gli ugandesi » , dice l’uomo con un megafono. « Presto anche voi sarete responsabili  della vostra alimentazione : vi daremo terra, sementi ed attrezzi. » Quando ha finito, Moyengo, vice-responsabile del centro profughi di Omugo, nel nord dell’Uganda,  è sudato. Questo discorso l’ha già fatto molte volte. Da quando, l’estate scorsa, la guerra civile devasta il Sudan del Sud, il numero di profughi in Uganda è triplicato. Sono quasi 1.400.000. « Per questo ci vogliono soluzioni sostenibili » dice. « I profughi ricevono della terra ed hanno gli stessi diritti degli ugandesi. Non abbiamo campi profughi ».

Mentre l’ultimo camion di profughi si ferma sotto i platani, si sente già il rumore dei machete che aprono varchi nella boscaglia. Con i tronchi vengono costruite le prime capanne, coperte con i teli di plastica dell’UNHCR.  I centri profughi del nord dell’Uganda funzionano come città. La sola differenza è che sono le organizzazioni umanitarie ad assolvere ai compiti « comunali ». Handicap International si occupa delle persone fragili o particolarmente bisognose. Worldvision delle centinaia di minori non accompagnati. Malteser International pensa all’approvvigionamento idrico. Le oltre 80 Ong vengono coordinate da funzionari governativi come Godfrey Moyengo.

In pochissimo tempo sono arrivati qui, in una cittadina di 20.000 abitanti, 200.000 profughi. Troppi anche per un comune europeo. Ma in Uganda i comuni mancano di infrastrutture. Per questo è necessario l’aiuto esterno dell’UNCHR. I profughi vivono con gli ugandesi in villaggi. Quello che succede oggi nel Paese africano è unico. Nel 2016 l’assemblea dell’ONU ha deciso di unire in futuro l’aiuto ai profughi a quello per gli autoctoni. Malgrado l’afflusso quotidiano di tanta gente, il progetto ha successo. Il merito è degli abitanti, che danno loro la terra. « Sono nostri fratelli e sorelle e, finché nel Sudan del Sud c’è la guerra, sono i benvenuti » dice Moses Onama, ugandese. « E ci sono anche dei vantaggi per noi : strade migliori, più lavoro e nuove scuole. » Naturalmente non tutti sono contenti. Gli ugandesi lamentano l’aumento dei prezzi sui mercati. I profughi chiedono più terra fertile. E le Ong sperano che si arrivi alla pace. I bisogni sono enormi. Solo un terzo degli aiuti necessari è arrivato finora. Il rischio è che l’Uganda sia vittima del suo stesso successo. Se la crisi diventa meno visibile, gli aiuti spariranno. Con conseguenze terribili.

Giustiniano

27 novembre 2017

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