Quattro anni fa, uno dei dirigenti di Google dichiarava che « la vita privata puo’ essere considerata come un’anomalia ». Pensava, probabilmente, a un’esperienza condotta in segreto dalla multinazionale americana nel Regno unito dove, fra il giugno del 2011 e il febbraio del 2012, Google controllava 5,4 milioni di inglesi proprietari di iPhone. Come? Introducendo un programma informatico concepito per raccogliere tutti i dati della navigazione su Internet all’insaputa degli utenti. Una raccolta preziosa, venduta in seguito sotto forma di pubblicità mirata, corrispondente ai gusti degli internauti.

Cinque anni dopo, delle associazioni di consumatori britannici hanno scoperto gli altarini ed hanno intentato, il 30 novembre scorso, un’azione di gruppo contro la multinazionale, alla quale rimproverano di aver messo una microspia nel loro telefono. Visto il numero di inglesi che potrebbero partecipare alla denuncia collettiva, il gigante del net rischia di dover pagare indennizzi per parecchie centinaia di milioni di euro, più una forte multa inflitta dalla giustizia britannica.

Cinque anni fa, Google si era fatto beccare negli USA per le stesse pratiche. Era stato condannato a versare 22,5 milioni di dollari all’Amministrazione e 17 milioni a 38 Stati americani per violazione della vita privata degli internauti. A fronte di questi 39,5 milioni persi, tuttavia, l’azienda di Mountain View realizza ogni anno profitti pari a 19 miliardi di dollari. A un prezzo simile, Google puo’ sempre pensare che il consumatore che si ribella « puo’ essere considerato come un’anomalia ».

Giustiniano

6 dicembre 2017

 

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