Il presepe, come la pizza e il Vesuvio,  è uno dei simboli di Napoli. Ogni napoletano ha la sua opinione in proposito. Per la Chiesa cattolica, diavolo e demoni non rientrano nel presepe. E neppure la zingara in topless o il femminiello. Sono componenti tradizionali del presepe popolare. La loro origine risale a usi e culture trasmessi da secoli. Dal 17° secolo costituiscono un mosaico di figure e di storie nei vicoli di Napoli, all’ombra delle innumerevoli invasioni. Il Bambin Gesù è venuto dopo. Prima di Natale, attraverso vicoli e vicoletti del quartiere di San Lorenzo, intorno a San Gregorio Armeno, la gente va e viene. Il re è Pulcinella, maschera astuta ed emblema della città, insieme al corno, di plastica, vetro, metallo, peluche. Per 1 euro si possono comprare magneti da frigo a forma di pizza e palle di Natale. I motorini sono dappertutto, come le canzoni strappacore care alla camorra. Le canzoni natalizie, no. L’umore è eccellente, come il caffé, le sfogliatelle, le pizze da passeggio.

Dalla baraonda emergono gli stand con i personaggi del presepe. Il Bambino Gesù con i genitori, i Re Magi, Madonne con il cuore trafitto, asinelli con o senza carretto, buoi, pastori, suonatori di cornamusa, venditrici, bevitori con tanto di fiasco e angeli, angeli, angeli. Dai meno costosi, in plastica made in China, a quelli in terracotta. E calciatori, popstar, politici. Per i napolitani, ravvivare ogni anno il presepe con qualche nuovo elemento non è un problema. Anzi ! E’ un fenomeno spiegato già negli anni 70 da Umberto Iannacone, metalmeccanico diventato artigiano del presepe per passione. Umberto appende nel presepe un Che Guevara. Secondo la sua teoria “ogni epoca ha il suo Cristo e, in questo secolo è stato il Che”. Oggi sono onnipresenti i Maradona, il papa, Toto’ e Pino Daniele. Silvio Berlusconi è sparito, o quasi. Quest’anno, i protagonisti sono i personaggi di “Star Wars”.

Nella bottega dei Gambardella, all’angolo di Via dei Figurari, solo figure in terracotta di tutte le dimensioni. Salvatore modella la testa di una cliente, che vuol fare un regalo di Natale molto personale. Davanti a lui, lo sua foto sullo smartphone. Come ogni vero artigiano del presepe, è anche un artista. Suo fratello Raffaele tiene in mano un angelo quasi pronto. Nella bottega ci è nato. Entrambi i genitori venivano da famiglie di artigiani del presepe. Dietro la bottega c’è il laboratorio, dove due aiutanti sono all’opera. Negli ultimi anni, gli affitti sono triplicati. Per ogni artigiano che chiude, apre un bar o una friggitoria. Le catene di fast food si moltiplicano e la camorra puo’ investire parte dei suoi capitali. Si guadagna di più con una tavola calda che con i pastori modellati a mano.

Un tempo, da tutta Europa venivano i collezionisti. Oggi dominano i bus di turisti, che fanno una foto e comprano un personaggio da 2 euro. Forse. Su Internet artigiani improvvisati propongono personaggi a prezzi concorrenziali. Non pagano affitto, loro. Copiano. Aldo Caliro ha risolto il problema a modo suo. Siede da 40 anni dietro il suo banco da lavoro in Via Biagio dei Librai. Fabbrica personaggi microscopici, più piccoli di una capocchia di spillo. Impossibili da copiare. I minipresepi della bottega Caliro sono famosi. Ci si puo’ trovare di tutto, coroncine, collanine, piattini, secchielli e sacchetti con minitegole cotte nel suo forno. Il suo modello più piccolo è realizzato su una lenticchia. Per questo lavoro ci vuole fantasia, ma anche filosofia. Aldo interpreta il presepe come un sistema universale di simboli, comprensibili in tutte le culture. Per questo si tratta di un patrimonio culturale. L’arte dei pizzaioli napoletani fa parte, da qualche settimana, del patrimonio culturale mondiale dell’Unesco. Quella dei artigiani del presepe non ancora.

All’inizio, il presepe napoletano era uno spettacolo, non un’immagine statica. Si racconta che Carlo III, che ha promosso l’arte del presepe barocco, inventava sempre nuove scenografie. Allora, i personaggi erano alti 40 cm, mobili e vestiti di seta e di velluto. I corpi erano fatti di paglia e fil di ferro. Le teste, le mani e i piedi di terracotta. Potevano essere smontati ed assumere posizioni sempre nuove. Ancora oggi gli Scuotto, fratelli e sorelle, li fabbricano a mano. Questa versione costosa del presepe era riservata ai nobili e, più tardi, alla borghesia benestante. In ogni salotto elegante di Napoli c’era un presepe. Una specie di status symbol. I personaggi grandi costavano molto, allora come oggi. Dagli Scuotto, i prezzi cominciano da 500 euro. I personaggi barocchi rappresentano da una parte Gesù e dall’altra vita e costumi del popolo come l’immaginavano i nobili. Sacro e profano fanno parte del presepe come il bene e il male.

Il presepe popolare, invece, ha un’altra tradizione. Il musicologo e regista Roberto De Simone lo studia da 20 anni. Secondo lui, le sue radici sono negli usi pagani, precristiani. Già in epoca romana c’era nelle case un armadietto con le figure degli antenati, che portavano dolciumi ai bambini nei giorni di festa. In ognuno dei 12 giorni fra la Vigilia e l’Epifania la scena cambia. Quelle del presepe sono collegate a quelle della tombola napoletana, una delle più antiche tradizioni natalizie nelle cui immagini spariscono le dimensioni del tempo, la differenza fra passato e presente. Fra i numeri della tombola, 1 è il sole e 77 il diavolo. Demoni e diavoli fanno parte dei personaggi tradizionali del presepe. Per i fratelli Scuotto sono dei consiglieri, personaggi non riconosciuti dalla Chiesa. C’è anche Mafalda, la monaca che porta in un sacco la testa mozzata del suo amante.

I presepi degli Scuotto raccontano anche le storie dell’attualità politica, da sempre tradizione a Napoli. In una scena, pescatori recuperano dal mare degli annegati, una realtà ormai quotidiana sulle coste dell’Italia meridionale. Il presepe, spiega Salvatore Scuotto, è la grande rappresentazione della vita. Altro che le facce dei calciatori !

Giustiniano

31 dicembre 2017

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