Ogni anno vengono prodotti nel mondo 130 miliardi di capi d’abbigliamento. Il loro costo ecologico è enorme per le emissioni di gas a effetto serra, per il consumo di acqua e per la sua eutrofizzazione (cambiamento della sua composizione chimica a causa degli inquinanti che vi sono versati). Per fabbricare un t-shirt ci vogliono 2700 litri d’acqua, corrispondenti al consumo di una persona in tre anni. Per fabbricare un jean sono necessari fra 7000 e 11000 litri d’acqua, l’equivalente di 285 docce.

Poche decine di piccole imprese stanno lavorando all’ « eco-concezione », che consiste nel concepire un abito minimizzando il suo impatto ambientale attraverso la scelta delle materie prime, dimostrando che si puo’ passare dalla moda usa e getta a un sistema più durevole, nel quale il capo di vestiario puo’ essere portato più a lungo. Dimostrano, inoltre, che la produzione di tessuti riciclati al 100% è possibile.

Cominciano a farsi strada le iniziative che consentono il recupero di una parte delle 400.000 tonnellate di capi di vestiario, sulle 600.000 immesse sul mercato,  non raccolte ogni anno, creando l’economia circolare, che vuol dire mantenere il massimo di valore della materia, badando che il capo di vestiario sia degradato il meno possibile.

Oggi i consumatori cominciano a preoccuparsi dell’aspetto etico delle confezioni, anche se questo non si traduce ancora in un atteggiamento diverso quando si tratta di acquistare. Il prezzo resta il criterio numero 1. Prevale ancora la fast fashion (abiti comprati a basso prezzo e gettati rapidamente). Una logica che vale anche per i prodotti alimentari e i detersivi. Un vero cambiamento è in corso. Ma la strada è ancora lunga.

Giustiniano

11 gennaio 2018

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