Il reddito di base incondizionato o reddito di cittadinanza o reddito di sussistenza o reddito minimo universale ha il vento in poppa. A tutti, o quasi, sarebbero distribuiti tot euro al mese, liberandoli da angosce esistenziali e permettendo a ciascuno di decidere cosa fare della propria vita. Nessuno dovrebbe lavorare e dunque essere obbligato ad accettare qualunque impiego. Le file umilianti all’ufficio di collocamento finirebbero. Molti aspettano dal reddito di base la garanzia di una vita dignitosa e sono convinti che in futuro l’unica alternativa sia il pagamento senza condizioni di un minimo per vivere.

Ci sono attualmente due novità nel mondo del lavoro: la prima è l’aumento della precarietà. Milioni di lavoratori autonomi nell’informatica, nel commercio, nei servizi, nell’arte e nella cultura spesso non sanno come pagare l’affitto, i contributi sanitari e pensionistici. Il numero dei lavoratori part time, di quelli con bassi salari e dei pensionati poveri cresce di anno in anno. La seconda novità è la perdita di posti di lavoro dovuta alla digitalizzazione. La paura di perdere il lavoro è enorme. Secondo alcuni economisti, nei prossimi anni almeno la metà dei posti di lavoro sparirà. Il reddito di base incondizionato sembra una risposta necessaria e tempestiva  a questa tendenza.

In proposito, le opinioni divergono. Per gli uni un’assicurazione di base finanziata dalle tasse indirette per quanti sono espulsi dal processo lavorativo è possibile e giusta. Si tratta, per loro, di un cambiamento che trasforma ed emancipa la società. Per altri il reddito di base è un dolce veleno che divide la società e distrugge quel che resta dello Stato sociale. Per questi ultimi, il reddito di base incondizionato non è che un’illusione.

Cosa resta di un reddito di base se tutte le prestazioni sociali, disoccupazione, sussidi vari, aiuti per le persone melate ed invalide etc., scompaiono ? Cosa resta se gli affitti aumentano, se l’aumento dell’IVA per finanziare quel reddito comporta il rincaro di tutte le merci e svaluta i risparmi ? E’ questa la libertà, la dignità e l’autodeterminazione promessa ? La verità è che il reddito di base cementa la povertà, spinge durevolmente ai margini della società i più poveri e distrugge i rimasugli di welfare. I licenziamenti non preoccupano più nessuno, tanto ai licenziati provvede il « reddito di base ».

Già all’inizio dell’era delle macchine si temeva che  soppiantassero l’uomo. Oggi si teme che a farlo siano la digitalizzatione e i robot. Molti lavoratori lamentano stress e sovraccarico, orari lavorativi troppo lunghi e mancanza di tempo per la famiglia, il riposo e le attività del tempo libero. La riduzione dell’orario di lavoro a 30 ore settimanali sarebbe una liberazione. Milioni di posti di lavoro sarebbero creati. L’aumento continuo della produttività rende possibile la riduzione dell’orario a parità di salario.

Il bisogno di lavoro è infinito. Sono necessari insegnanti, personale per l’assistenza dei malati , persone anziane e neonati, il cui calore umano non puo’ essere sostituito da robot. Bisogna costruire e mantenere scuole ed alloggi, ospedali, ponti, strade, stazioni. La protezione dell’ambiente, come la produzione e il commercio sostenibile, il riuso e il riciclo delle montagne di rifiuti richiedono forza lavoro. Senza parlare della demografia, che comporta la diminuzione dei lavoratori attivi !

Molti si chiedono se liberare persone sane dall’obbligo del lavoro fisico e intellettuale sia proprio di una società leale, solidale e umana. Una società solidale significa che nessuno vive a spese degli altri. Questo non vale solo per quelli che « stanno in alto » ma per tutti. Naturalmente c’è bisogno di tempo libero per l’educazione dei bambini, per la cura di genitori anziani, per la formazione professionale permanente, forse anche per trovare nuove motivazioni e propettive. Per questo sono necessarie soluzioni personalizzate, anni sabbatici, borse, prestiti e quant’altro.

Quel che è certo è che, malgrado il reddito di base, la maggior parte della gente vuole lavorare, per impulso personale ma anche per desiderio di consumo. Sono loro a nutrire, vestire, formare, curare gli altri. A loro dev’essere spiegato perché devono alzarsi presto la mattina per riscaldare la casa, portar via l’immondizia, magari lavorare di notte al pronto soccorso mentre gli altri stanno a letto. Il fatto che gli uni lavorino per gli altri non ha niente di solidale. Certo, le utopie sono necessarie, perché il mondo non puo’ restare com’è. Nel Manifesto comunista, Marx ed Engels hanno progettato la più formidabile utopia per una società senza sfruttamento ed hanno anche contrastato, senza compromessi,  illusioni e rivendicazioni irrealistiche del movimento operaio. Ma la tentazione di aggirare le leggi dell’economia e di ignorare cio’ che spinge l’uomo ad agire tornano sempre a galla.

Per l’uomo, il lavoro non è solo un dovere verso la società ma parte del suo essere sociale. L’uomo ha bisogno di lavorare per confermare a sé stesso che comunica con altri uomini, per essere riconosciuto. Per secoli, ed ancora oggi, il diritto al lavoro è stato un obiettivo di lotta. Si trattava e si tratta di garantire le condizioni materiali di vita ma anche l’accettabilià sociale di ciascuno. Oggi questo modo di percepire il lavoro da parte della società viene discriminato come un relitto del passato. A torto. Medici e sociologi conoscono gli effetti dell’esclusione dal processo produttivo: depressione, obesità, diabete. Quando un’offerta di lavoro arriva dopo una lunga pausa, le persone devono imparare di nuovo, a fatica, ad alzarsi presto, a rispettare gli impegni, ad organizzare la vita quotidiana. La disoccupazione puo’ anche avere conseguenze politiche : nei quartieri con un’alta concentrazione di senza lavoro la partecipazione al voto crolla sotto il 30% e il partito più forte diventa quello neofascista.

La perdita di milioni di posti di lavoro e l’emarginazione di altrettante persone nel prossimo futuro, forse con il contentino di un reddito di base, avrebbe conseguenze politiche e sociali incalcolabili. Finora, nessuno sembra prepararsi seriamente a questa tendenza. Per le imprese, il problema non riguarda loro ma lo Stato. Ma lo Stato bada soprattutto a gestire la disoccupazione. Non propone nessuna soluzione ai profondi mutamenti della società. Il conto dei posti di lavoro che vengono a mancare non aiuta nessuno. Occorre verificare in quali settori, in quali territori, in quale ordine di grandezza. E la prima risposta deve essere una riduzione dell’orario di lavoro, magari in modo differenziato secondo i settori di attività.

Già in passato sono state sperimentati programmi di reinserzione di disoccupati. Con l’aiuto del terzo settore la disoccupazione più essere evitata e, mediante programmi di formazione,  nuova manodopera specializzata puo’ essere formata per nuove professioni. Finanziare posti di lavoro costa molto meno che pagare ad ogni cittadino un tot mensile aumentando ancora le tasse indirette, quelle che lasciano i ricchi indisturbati. Certo, con gli attuali rapporti capitalisti di proprietà e di potere e la globalizzazione galoppante non è facile superare questa trasformazione del processo lavorativo senza un’implosione della società. Ci vorrebbe un cambiamento dei rapporti sociali, ma per questo sembrano mancare, oggi, le maggioranze politiche necessarie…

Giustiniano

17 gennaio 2018

Print Friendly