“Una parte del business di Arciconfraternita, oltre che negli alloggi sta nella fornitura dei pasti. Comprano prodotti di scarsissima qualità”. Ce lo rivela un dipendente del Centro Enea, struttura che oltre a cucinare per i suoi 400 ospiti fornisce il catering alla dozzina di Centri che l’associazione vicina alla Cei gestisce in Roma. Il lavoratore ha chiesto di restare anonimo perché ha paura di ritorsioni, un po’ abbiamo storto il naso. Quando però leggiamo la lettera che la Funzione Pubblica della Cgil ha spedito in data 6 luglio 2010 alla dirigenza delle stesse cooperative sociali gestite da Arciconfraternita con oggetto “caccia alle streghe” e che fa riferimento a provvedimenti disciplinari in corso nei confronti di dipendenti comprendiamo quei timori. Gli stessi che portano un afghano ventitreenne, ospite del Centro di Pietralata a non rivelare il suo nome nella sua testimonianza. Sorride e dice “Scusa amico non scrivere come mi chiamo”. Perché? “Potrei avere problemi”. La notte fra il 31 ottobre e il 1° novembre 2009 al Centro gestito dalla Cooperativa Arciconfraternita di via Pietralata, 190 è un via vai di ambulanze. I dettagli li spiega Margherita Taliani, all’epoca coordinatrice del Centro. “Alle due di notte ricevetti la telefonata dell’operatore che allarmato mi parlava d’uno stato di malessere diffuso, molti rifugiati lamentavano forti dolori addominali, vomitavano e svenivano. Era preoccupatissimo e ripeteva “Margherita che facciamo?” Che vuoi fare? avvisa immediatamente il 118. Se la situazione peggiora telefonami di nuovo. Non riuscendo a dormire ho richiamato io dopo circa un’ora. L’operatore mi riferiva di un ampio trasporto di ragazzi in ospedale, si erano sentiti male in una quarantina e undici furono ricoverati nei Pronto Soccorso del Pertini, San Giovanni e Policlinico Casilino. Qualcuno finì addirittura al San Andrea. Il mattino seguente ho contattato i responsabili dell’Arciconfraternita riferendo dell’intossacazione alimentare che s’era verificata dopo la cena consumata come sempre fra le 22 e le 23, col cibo fornito in confezioni cellophanate dalla mensa del Centro Enea. Fui aggredita telefonicamente da Tiziano Zuccolo urlava come un ossesso “Chi ha chiamato il 118?. Risposi che avevo io dato l’ordine perché la situazione mostrava un evidente pericolo. Litigammo al telefono. Dopo seppi che un ulteriore motivo d’allarme per i vertici di Arciconfraternita era stata una notizia che l’Ansa aveva battuto attorno all’episodio. C’era stata una telefonata all’agenzia da parte di qualche abitante della zona che aveva visto il via vai di ambulanze e aveva pensato chissà a quali drammi. Il lancio fu ripreso da diverse testate che scrissero della vicenda e la cosa molto disturbò la dirigenza della cooperativa intenzionata a celare il fatto. La diagnosi per i ricoverati,  comunque dimessi nel giro di 12-24 ore, fu intossicazione da cibo, esaminai io stessa i referti. Al Centro di Pietralata i pasti venivano solo scaldati, un’operazione che non poteva contaminarli. Fui convocata da Zuccolo, contro ogni evidenza ribadì non trattarsi d’intossicazione, disse che lui stesso aveva fatto esaminare una confezione che era stata giudicata edibile. Alla stampa i manager dichiararono che i ragazzi si erano sentiti male perché a pranzo avevano ingerito vivande di fortuna. In realtà i sintomi apparvero attorno all’una, un paio d’ore dopo la cena quando fisiologicamente era in corso la digestione. Ricordai a Zuccolo le diagnosi degli ospedali, lui inveì contro i medici lanciando epiteti. Il giorno seguente al Centro di Pietralata giunse una misteriosa visita. Si presentò da me il dottor Kapplan, non l’avevo mai visto. Disse d’essere stato incaricato di visitare i ragazzi intossicati, lo fece poi sentenziò “Questo è un episodio virale”. Virale? Ribattei io, ma i referti degli ospedali? ha notato che sono stati prescritti antibiotici? “Sì, ma in ogni caso è virale però è passato e del malessere non c’è più traccia”. Lei dottore questo me lo può certificare? “Non so se potrò, chiederò all’avvocato”. Stette al telefono un quarto d’ora, quindi io ricevetti un squillo del mio responsabile che mi chiedeva se al Centro ci fosse un giornalista che faceva strane domande al dottore. Quando precisai che a far domande ero io, mi dissero di non preoccuparmi. I certificati di quel medico non li ho mai visti però quindici giorni dopo apparve una circolare interna che parlava di possibili pericoli di contagio per l’H1R1 e in caso di qualsiasi malore invitava ad astenersi da iniziative personali e telefonare all’infermeria della struttura. Ora tutti i centri hanno due numeri medici da interpellare in caso di bisogno”. A Tahir, l’ospite afghano che tuteliamo con nome di fantasia, chiediamo quale fosse il pasto incriminato “Riso e carne, tipo spezzatino. Credo sia stata quello a intossicarci. E’ un cibo ricorrente e di scarsa qualità. Noi spesso la gettiamo e siamo costretti a comprarci altro. Io lo faccio, ma non tutti come me lavorano e hanno soldi”. Enrico Campofreda, 9 luglio 2010

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