La NATO ha deciso di schierare 8 caccia italiani Eurofighter Typhoon nella base aerea di Amari (Estonia), a 10 minuti di volo da Pietroburgo. Gli aerei parteciperanno al pattugliamento del confine con la Russia per proteggere i Paesi baltici da una, supposta, aggressione. Il trasferimento in Estonia di 8 cacciabombardieri comporta quello di 250 uomini e una spesa, da gennaio a settembre, di 12,5 milioni di euro. Ma non basta : a questi soldi si devono aggiungere quelli necessari a fare volare gli aerei. E un’ora di volo di simili gioielli costa la bazzecola di 40.000 euro !

L’Italia, attualmente, partecipa ad altre 32 missioni militari in 22 Paesi. Presente da anni nei Balcani, in Medio Oriente (Libano) e in Asia (Afghanistan), l’Italia si incarica adesso di nuove missioni. In Africa. Secondo il governo, queste ultime « si concentrano in un’area geografica ritenuta di prioritario interesse strategico in relazione alle esigenze di sicurezza e difesa nazionali ». Dopo aver attivamente partecipato alla sciagurata guerra della NATO che dal 2011 ha precipitato la Libia nel caos, l’Italia, secondo il governo Gentiloni « sostiene le autorità nell’azione di stabilizzazione e pacificazione del Paese e nel rafforzamento del controllo e contrasto dell’immigrazione illegale ». In questa missione sono impiegati 400 uomini e 130 veicoli e vengono spesi 50 milioni di euro all’anno, che comprendono, per ciascun militare, un’indennità media di missione, oltre la paga,  di 5.000 euro mensili.

Nella vicina Tunisia, da dove, sette anni fa, è iniziata la « primavera araba » e dove, in questi giorni, la popolazione protesta contro il rincaro della vita e la disoccupazione (un morto e oltre 900 arrestati), l’Italia partecipa alla missione NATO di supporto alle « forze di sicurezza » del governo tunisino. Missione analoga quella che inizia nel 2018 in Niger, « nell’ambito di uno sforzo congiunto europeo-statunitense per la stabilizzazione dell’area », che comprende Mali, Burkina Faso, Benin, Mauritania, Ciad, Nigeria e Repubblica Centrafricana.  L’immensa zona è ricca, fra l’altro,  di petrolio, gas naturale, uranio, coltan, oro, dimanti, manganese, fosfati il cui sfruttamento è saldamente controllato da compagnie statunitensi ed europee che si limitano a versare qualche briciola dell’immensa torta che si dividono alle autorità locali. Si tratta dei paesi più poveri del pianeta. Ma l’esclusiva di queste multinazionali è minacciata dai cinesi, la cui presenza economica sul continente africano è in continua espansione…

Occorre dunque « stabilizzare » la zona. L’Italia fa la sua parte, inviando 400 uomini e 130 veicoli, per una spesa annua di « appena » 50 milioni di euro. Il Parlamento italiano approva. Ci si chiede se i deputati conoscano il testo dell’articolo 11 della nostra Costituzione, dove è scritto che « l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali… »

Giustiniano

18 gennaio 2018

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