Il 14 luglio 1789 il popolo di Parigi in rivolta contro l’assolutismo monarchico dette l’assalto alla Bastiglia, simbolo, in Francia come altrove, della reazione di tutti i tempi: la fortezza venne demolita ed al suo posto, molti anni dopo, fu eretta una gigantesca colonna di bronzo. Tutti gli anni, dal 1880, i governi francesi commemorano quella data sottolineando la loro forza con una sfilata delle loro migliori  truppe e dei loro armamenti più micidiali sul viale degli Champs Elysées.Quest’anno, asserendo di voler celebrare i cinquant’anni di indipendenza di 13 paesi africani già colonizzati dai francesi ed il generale de Gaulle che quell’indipendenza aveva « concesso », il « genio mediatico » di Nicolas Sarkozy ha concepito il progetto di invitare all’ormai tradizionale sfilata rappresentanze degli eserciti di quei paesi, oltre ai loro presidenti non di rado autoproclamatisi tali. I tredici erano presenti, con le loro consorti nei loro migliori abiti multicolori, nella tribuna d’onore a fianco di Nicolas Sarkozy, in grave crisi di popolarità dopo tre anni dalla sua trionfale elezione ed all’indomani della sua ultima, deludente prestazione televisiva, e della sua avvenente consorte, l’ex indossatrice ed ex cantante Carla Bruni.Nell’intento di dare un tocco di popolarità ad un’iniziativa che le organizzazioni per la difesa dei diritti dell’uomo hanno immediatamente contestato, Sarkozy – applicando una decisione della Corte costituzionale – ha finalmente concesso ai sopravvissuti fra i militari africani, che hanno fatto da carne da cannone negli eserciti francesi per sostenere il tentativo della Francia di mantenere il possesso delle sue colonie, dall’Indocina all’Algeria, l’equiparazione della loro magra pensione (400 euro) a quella, un po’ meno magra,  dei francesi (600 euro).80 associazioni impegnate nella difesa dei diritti dell’uomo avevano organizzato, martedi’ 13 in place de la République, a Parigi, una manifestazione nella quale hanno denunciato la possibile presenza fra le rappresentanze militari africane di responsabili di crimini di guerra, sostenendo che qualcuno fra loro ha partecipato al massacro del suo stesso popolo e stigmatizzando l’accoglienza riservata ai « presidenti » di Ciad, Togo, Centro-africa, Congo, Gabon, Burkina Faso, Gibuti, Camerun.Certo, lo stato francese non avrà alcuna difficoltà a reperire i fondi necessari ad equiparare le pensioni dei sopravvissuti delle ex truppe « coloniali » a quelle dei « metropolitani », dato che i vecchi sistemi di sfruttamento coloniale, da quello schiavista a quello « moderno », sono stati da tempo sostituiti da quello neo-coloniale che qui viene chiamato la « Françafrique ». Sono in realtà i successi di 50 anni di Françafrique che lo stato francese celebra, 50 anni durante i quali le sue università hanno istruito i futuri dirigenti di paesi ligi ai suoi interessi, le sue più grandi aziende come Areva, Bouygues, EDF, France Télécom, Total hanno continuato ad accaparrare le risorse naturali delle ex colonie, 50 anni durante i quali gli ex schiavi si sono trasformati in mano d’opera a buon mercato, ieri nelle bidonvilles ed oggi in immense, orribili « cités » dove la disoccupazione é tripla e quadrupla rispetto alla media nazionale e le disperate sommosse ferocemente represse sono all’ordine del giorno.Mentre le truppe scelte dei 13 paesi africani invitati alla festa sfilano sul « più bel viale del mondo », come certi francesi definiscono l’avenue des Champs Elysées,  contingenti francesi armati fino ai denti pattugliano l’Africa da Gibuti al Golfo di Guinea per garantire governi obbedienti agli interessi della Francia, senza alcun interesse per la loro rispondenza agli ideali che il 14 luglio 1789 rappresenta per la coscienza democratica e popolare. Del resto, quelli che hanno tentato di dare all’indipendenza dei loro paesi un contenuto reale, secondo i principi che sono alla base della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789, come – fra tanti altri – Patrice Lumumba nel 1960 o Thomas Sankaranel 1987, sono stati assassinati su ordine diretto o con l’indiretto beneplacito di governi del paese dove tuttora, su tutti gli edifici pubblici, spicca la scritta Liberté Egalité Fraternité.Ma la grande maggioranza del popolo francese, quello che non assiste alla sfilata, malgrado gli sforzi del grande comunicatore e della sua corte, sembra ben cosciente di tutto questo e si riprende la strada per festeggiare la fine dell’assolutismo ballando, suonando, cantando in uno spirito tutt’altro che guerresco.Giustiniano Rossi

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