Dal 30 gennaio, con il sostegno di un collettivo di studenti, dei migranti occupano l’edificio A dell’università Paris VIII, a Saint Denis. Vengono dal Sudan, dalla Guinea, dall’Etiopia, dalla Somalia, dall’Eritrea. Dopo il Mediterraneo, hanno traversato molti Paesi europei. Capolinea : un marciapiede di Parigi. Sperano di poter avere finalmente dei documenti, un tetto, un lavoro, una vita decente.

Non è un caso se, come gli studenti di Grenoble e di Nantes, quelli di Paris VIII hanno scelto di occupare la facoltà. Un luogo che ha una tradizione di apertura sul mondo. In un’università è il rettore e non il questore a decidere se far intervenire la polizia. Una speranza per i profughi di riprendere fiato, riscaldarsi, costruire una rete di solidarietà, scambiare esperienze, tutte cose che la strada, con le continue evacuazioni e la necessità di sopravvivere giorno per giorno, rende impossibili.

Da tre settimane è in atto l’autogestione. Sulle reti sociali sono diffusi appelli alla solidarietà. Da più parti arriva cibo non deperibile, il necessario per lavarsi, abiti. Un piano è stato trasformato in dormitori – dove sono allineati i materassi che spariscono la mattina per lasciare il posto alle normali lezioni – un altro è destinato a riunioni e conferenze, in un terzo, una grande sala è diventata la cucina comune, con le pentole e le verdure in scatola. Nei corridoi : messaggi in arabo, in inglese, in amarico. All’ingresso, su un cartello è scritto :  “No alcool”.

Il governo francese, nascondendosi dietro il regolamento di Dublino, non vuole sentirne parlare. Il 21 febbraio sarà presentato al Consiglio dei ministri il progetto di legge su « Asilo e immigrazione ». Ulteriori restrizioni dell’uno e dell’altra. Gli occupanti lottano perché tutti abbiano dei documenti, perché abbia fine la falsa distinzione fra « migranti economici » e profughi politici » e, soprattutto, per farla finita con una politica che separa i migranti « buoni » da quelli « cattivi.

Giustiniano

20 febbraio 2018

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