La TV come riflesso della società ? Il suo specchio demoniaco? C’è ancora chi spera, guardando certi programmi di « intrattenimento »,  che non sia cosi’. O, almeno, non completamente. Non tutti gli spettatori sono pronti, quando l’animatore dà il segnale, ad applaudire, a ridere, a fischiare all’ingresso dell’ospite di turno. Non tutti pensano che le domande dei giornalisti siano più interessanti delle risposte degli invitati e che la volgarità sia l’unico criterio del successo.

Nulla impedisce ad uno di questi spettatori di sognare che, quando sarà direttore generale di tutte le reti, proibirà le risate registrate, le voci off che alimentano disinformazione e sensazionalismo, le gomitate fra le persone del pubblico per rientrare nel campo visivo della telecamera. E il sogno prosegue : i veri programmi culturali, che trasmettono buon cinema, buon teatro, buoni documentari, inizieranno in prima serata, invece di essere confinati in orari impossibili, nel cuore della notte. E non saranno continuamente interrotti da spot pubblicitari.

Ogni sei mesi, i giornalisti del telegiornale, i tristemente noti mezzibusti, cambieranno. L’eterna sfilata di deplorevoli, attori parlamentari del teatrino della « politica », mediocri interpreti di un eterno quanto consunto canovaccio, si interromperà come per incanto. Saranno invitate persone che non hanno niente da vendere ma qualcosa da dire della e nella vita reale, cosi’ diversa dai « reality». Perché sia migliore. Per tutti e non per pochi. Cominciando dall’ultimo gradino della scala sociale. Saranno tenuti in debito conto, nell’elaborazione dei palinsesti, tutti coloro che non vogliono soltanto divertirsi ma anche, e soprattutto, non desiderano andare a letto con la sensazione di aver partecipato ad un’operazione vagamente degradante…

Giustiniano

28 febbraio 2018

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