Dopo il Codice del Lavoro, tocca alle Ferrovie. Per riformarle, Macron intende ricorrere alle « ordonnances », i nostri decreti-legge. Il presidente ha fretta. L’Europa, manco a dirlo, lo esige. E tanto peggio per la tanto decantata democrazia borghese, che prevede la separazione e l’autonomia dei poteri : legislativo (Camera e Senato), esecutivo (governo e presidente della Repubblica)  e giudiziario (magistratura). L’autonomia di quest’ultima, in Francia, è comunque limitata dal potere esecutivo, dato che il Procuratore della Repubblica dipende dal ministro della Giustizia. Fra le competenze del potere legislativo ci sono le pensioni, l’istruzione, il fisco, l’immigrazione, il pubblico impiego, il diritto del lavoro, la difesa.

E’ possibile, tuttavia, legiferare bypassando il parlamento. Con un decreto-legge, quest’ultimo delega al governo questa funzione durante un periodo limitato. E’ cosi’ che il presidente Emmanuel Macron e il suo fido primo ministro, Edouard Philippe, hanno riformato il Codice del Lavoro. Intendono fare lo stesso per le Ferrovie. Ieri, 14 marzo,  un progetto di riforma, mai discusso dal parlamento, è stato presentato in Consiglio dei ministri. Come la Loi Travail, anche la Riforma delle Ferrovie dovrà essere ratificata dal parlamento entro una data fissata da quest’ultimo. Ma, grazie al sistema maggioritario, il governo dispone in parlamento della maggioranza assoluta…

Il progetto di riforma delle Ferrovie riguarda 150.000 ferrovieri (erano 177.000 nel 2000), 95.000 dei quali lavorano per SNCF Mobilités (treni) e 55.000 per SNCF Réseau (rete). Le donne, che rappresntano il 19,7% del personale, sono il 71,2% dei dipendenti contrattuali, a tempo parziale. Il tasso di sindacalizzazione dei ferrovieri è del 18%, molto superiore alla media nazionale intercategoriale dei dipendenti pubblici e privati, che non supera l’8,7%.

La direttiva RH 0001 della SNCF (Ferrovie francesi) definisce le condizioni di assunzione, la remunerazione, lo sviluppo di carriera, le sanzioni, la mobilità, le ferie, le condizioni di cessazione dalle funzioni, l’assicurazione malattie e i diritti sindacali del personale ferroviario. Sono previsti la stabilità dell’impiego (salvo colpa grave), scatti di stipendio automatici, un sistema di previdenza sociale, la possibilità di andare in pensione fra 52 e 57 anni (se i contributi versati sono sufficienti), la gratuità (o quasi) del trasporto ferroviario per i dipendenti e le loro famiglie, 28 giorni di congedo annuale e da 10 a 22 giorni di riposo compensativo all’anno, secondo le mansioni svolte.

Solo il 90% dei ferrovieri sono pubblici dipendenti. All’inizio della carriera, i salari variano da un minimo di 1.658 (agenti) a un massimo di 2.601 euro lordi mensili (ingegneri e quadri). A fine carriera si va da 2.730 a 5.946 euro mensili. La media (3.090 euro lordi nel 2014) è poco superiore al salario medio lordo in Francia (2.912 euro mensili lordi nel 2013). La pensione è calcolata sugli ultimi sei mesi di stipendio.

La « riforma » Macron mira a privatizzare il rapporto di lavoro per i nuovi assunti e, quindi, a far sparire la stabilità del posto, a ridurre il personale attribuendo a ciascuno molteplici mansioni, ad allineare il regime pensionistico dei ferrovieri su quello dei dipendenti privati, cambiando il sistema di calcolo della pensione. Se la riforma andrà in porto, il personale sarà diviso fra i nuovi assunti, con un contratto di lavoro privato, e i vecchi, con un contratto di lavoro pubblico. Sulla rete, amputata delle tratte « non redditizie », potranno circolare diversi vettori, come avviene già per il trasporto merci.

I sindacati dei ferrovieri, il cui parere non è stato richiesto nella fase di preparazione del progetto di riforma,  stanno discutendo come reagire.

Giustiniano

15 marzo 2018

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