Da oltre un secolo, la classe operaia tenta di appropriarsi del calcio, disciplina riservata in origine all’élite industriale dell’era vittoriana. Lo testimonia la prima vittoria in finale della Coppa d’Inghilterra da parte di un club della “working class”, il Blackburn Olympic FC, nel 1883.

Sono molte le squadre sorte grazie al movimento operaio (Arsenal), fondate o sostenute da gruppi industriali (Sochaux da Peugeot, PSV Eindhoven da Philips, Juventus Torino da FIAT). Strumento di propaganda, il calcio è una vetrina dell’Italia fascista di Mussolini, (la cui ombra plana ancora sugli stadi italiani dei cori razzisti e degli slogan antisemiti), della Germania hitleriana, della Spagna di Franco, la cui squadra favorita, il Real Madrid, rappresenta il centralismo statale. In URSS lo Spartak Mosca, squadra della classe operaia, è rivale della formazione faro della polizia politica, la Dynamo.

All’inizio degli anni 80, sotto la dittatura militare brasiliana, il dottor Socrates e i suoi compagni dell’FC Corinthians di San Paolo sono il simbolo della lotta contro il regime. I tifosi della squadra di calcio egiziana di Al-Ahly sono attivi nel movimento che rovescia Hosni Mubarak in piazza Tahrir, al Cairo,  nel 2011. Nel 2009 il Besiktas, squadra di Istanbul, è in prima linea nelle manifestazioni contro Erdogan.

In Catalogna, nel Chiapas, in Palestina e nel Sudafrica dell’apartheid, il pallone è spesso al centro della lotta politica. La mente va alla squadra ultrapolicizzata del FC Sankt Pauli di Amburgo. Azionariato popolare, cooperative di tifosi, nuove pratiche di gioco da una parte, foot business dall’altra, il calcio continua a far sognare malgrado la corruzione della Federazione Internazionale di Calcio, veicolo pubblicitario delle multinazionali, l’aumento del costo dei biglietti negli stadi e l’inflazione dei prezzi pagati per i giocatori sul calciomercato…

Giustiniano

16 marzo 2018

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