Un anno dopo essere stato eletto presidente della Repubblica francese, Macron è molto contestato. Un anno fa, entra all’Eliseo con il 57% dei consensi. Molti meno del 74% di Mitterrand, nel quale erano riposte tante speranze,  nel 1981, meno del 64% di Chirac nel 1995, del 63% di Sarkozy nel 2007, del 60% di Giscard nel 1974 e appena più del 55% di Hollande nel 2012. Nel primo anno del loro mandato, durante il quale « devono » varare misure impopolari, tutti i presidenti perdono consensi. Macron è nella media, dato che gode ancora del 40%, dietro Mitterrand (56%), Giscard (51%), Chirac (45%), ma meglio di Sarkozy (37%) e Hollande (20%).

Senza dubbio, Macron gode di un vantaggio iniziale dovuto al fatto che, con i suoi 39 anni, è il più giovane presidente nella storia francese e, dunque, non « gravato » da un passato politico, è affascinante, scaltro e dinamico e sa comunicare le sue convinzioni. Lo distingue dai predecessori anche il fatto di aver annunciato già durante la campagna presidenziale misure problematiche e potenzialmente impopolari, potendo ricordare più tardi di essere stato eletto per realizzarle.

Molti francesi hanno apprezzato il suo approccio : prendere le distanze dai partiti della sinistra e della destra tradizionale, falliti e superati e puntare, invece che sulle ideologie, sul buon senso e sul pragmatismo. Molti hanno approvato la realizzazione di riforme apparentemente urgenti, spesso rimandate dai suoi predecessori, anche se solo il tempo necessario ad accorgersi delle loro conseguenze. Il motto di Macron è: « Liberare e proteggere ». Devono servire a mantenere la bilancia in equilibrio. Vuole liberare l’economia dalla burocrazia perché possa svilupparsi dinamicamente e, nello stesso tempo, proteggere i francesi socialmente più deboli. Ma in pratica non ha convinto e presto è chiaro da quale parte penda la bilancia.

Il primo colpo Macron lo spara con la riforma del diritto del lavoro, grazie alla quale sarebbe stata facilitata la « liberazione » della forza lavoro, la « flessibilizzazione » del mercato e l’indebolimento del ruolo dei sindacati. Il procedimento adottato per imporre la riforma, decreto-legge per aggirare la discussione parlamentare, è tutto meno che democratico. La legge passa senza problemi, grazie alla legge elettorale francese, che assicura al movimento di Macron « En marche » una maggioranza schiacciante in parlamento.

Il colpo di mano riesce anche grazie a singole concessioni elargite a sindacati compiacenti e all’impossibilità di unire un fronte sufficientemente ampio intorno alla CGT che, dopo aver condotto una dura battaglia fatta di scioperi e manifestazioni di massa, resta isolata. Una situazione diversa da quella che si profila per la riforma delle ferrovie, che dovrebbe trasformare la SNCF in una SpA e « aprire » il mercato alla concorrenza. C’è un fronte unitario di tutti i sindacati dei ferrovieri, che hanno organizzato uno sciopero originale che prevede, per tre mesi, due giorni di blocco e tre giorni di lavoro, limitando i sacrifici per i lavoratori e per gli utenti. Macron e il suo primo ministro Edouard Philippe sembrano decisi ad imporre anche questa « riforma » e non esitano a mettere i viaggiatori contro i ferrovieri, la cui adesione allo sciopero, secondo l’azienda,è passata dal 48 al 22% in un mese.

Tuttavia, la grande manifestazione del 5 maggio a Parigi ha dimostrato che i critici di Macron non smobilitano. I francesi sono decisi a proseguire la lotta insieme, ha detto Jean-Luc Mélenchon, leader della France Insoumise, ai rappresentanti dei ferrovieri, degli studenti, degli ospedalieri e dei pensionati. « E’ vano sperare che ci arrendiamo » !, ha ribadito. Il fatto di essere subito definito « presidente dei ricchi » Macron lo deve alle sue « riforme » neo-liberiste ed a misure come l’abolizione della « tassa sui ricchi », ISF, al taglio generalizzato del sussidio per gli affitti e all’aumento delle tasse per i pensionati. Anche in politica estera, dietro il fumo, l’arrosto sembra scarso.

Giustiniano

7 maggio 2018

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