Alle 5 del mattino, alla frontiera fra il Marocco e l’enclave spagnola di Ceuta, la fila è già lunghissima. Sono donne. I marocchini le chiamano « hamalates » (portatrici), gli spagnoli « mujeres-mulas » (donne mule). Vanno a piedi fino alla zona industriale di Ceuta a cercare la merce che riportano in Marocco. Ceuta è porto franco. La merce – stoffe, elettrodomestici, prodotti alimentari -  trasportata a piedi non paga tasse. Le donne portano sulla schiena dai 40 ai 90 kg. Avanzando, alcune fanno rotolare un secondo pacco…

Guadagnano, per ogni « viaggio » una decina di euro. La merce passa ai contrabbandieri, che la fanno arrivare ai suk marocchini. Sono almeno 15.000 a fare questo lavoro. Ma dal 2017 l’accesso a Ceuta è limitato a 4.000 donne e ad un solo « viaggio » al giorno. Ci sono donne di tutte le età a portare questi enormi carichi. E’ un commercio legale nella forma ma, nella sostanza, disumano. Inoltre, a guadagnare ben oltre 10 euro al giorno sulla pelle di queste donne sono i commercianti che le caricano come muli e i contrabbandieri.

Avviene che i doganieri impongano alle lunghe file nei due sensi di accelerare il passo. Le donne, con i loro enormi carichi, sbandano. E’ il panico. E la morte. Il 16 gennaio scorso due donne marocchine di una quarantina d’anni, Ilham e Souad, originarie di Fnideq, a qualche km dalla frontiera, sono morte travolte. Nel 2017 erano state almeno quattro a morire schiacciate dal loro carico.

Giustiniano

8 maggio 2018

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