Il 14 maggio 1948, Leah Kristal ha otto anni. A Tel Aviv, le strade sono vuote. « Non capivo cosa succedesse », racconta « ma era chiaro che si trattava di qualcosa di grosso. Nell’aria c’era paura, incertezza, speranza ». Due giorni prima si era riunito il governo ebraico de facto, presieduto da Ben Gurion, a capo dell’Organizzazione sionista mondiale e dell’Agenzia ebraica. Nel 1922, la Società delle Nazioni affida alla Gran Bretagna, le cui truppe occupano la regione dal 1917, il mandato di amministrare la Palestina – come viene chiamato allora il territorio fra il Giordano e il Mediterraneo – fino a quando non sia chiarito il futuro della regione. All’inizio del 1948, il governo inglese dichiara che il mandato cesserà il 14 maggio, mentre si moltiplicano gli scontri fra milizie arabe e gruppi paramilitari ebraici.

Il 12 maggio non ci sono più soldati britannici nella regione. Alan Cunningham, Alto commissario britannico, è in viaggio verso Haifa. Per  il “governo” ebraico la scelta è fra un armistizio con gli Stati arabi che sostengono le milizie e la dichiarazione di indipendenza, che comporta una guerra che gli ebrei non sono sicuri di vincere. Poco dopo le 16 del 14 maggio Ben Gurion inzia a leggere alla radio la dichiarazione d’indipendenza. Anche a Jaffa la gente ascolta la radio. « C’era un sentimento di collera » ricorda Mahmud Husseini che, allora, ha 10 anni : « Dappertutto regnava la sensazione che fossero venuti degli stranieri che adesso ci portavano via la nostra patria. Si raccontava da anni che milizie ebraiche uccidevano gli arabi o li cacciavano dalle loro case. »

70 anni dopo ci sono intere biblioteche piene di libri che affrontano ogni aspetto degli avvenimenti occorsi dopo il 14 maggio 1948. Tutto inizia in Europa, nel 19° secolo : impressionati dall’antisemitismo e dai pogrom, autori ebrei cominciano a pensare a delle alternative : già nel 1850 fa capolino l’idea che uno Stato puo’ essere la soluzione per il popolo ebraico. Un’idea che si diffonde solo dopo la pubblicazione, nel 1896, da parte del giornalista austriaco Theodor Herzl, del libro « Lo Stato ebraico ». Herzl, fondatore del sionismo politico, vi esprime concetti relativi ad uno Stato secolare moderno. 20 anni prima, il giornalista Elieser Jitzhak Perlmann, detto poi Ben Jehuda, nato in Russia, aveva cominciato a redigere una lingua ebraica moderna con una grammatica semplificata: secondo lui, un popolo non ha solo bisogno di uno Stato, ma anche di una lingua.

Herzl stesso non vuole per lo Stato ebraico un luogo determinato. Tuttavia, già buona parte dei partecipanti al primo Congresso sionista mondiale, nel 1897, ritengono che solo uno Stato sul territorio della biblica terra di Israele sia accettabile e che anche i simboli di questo Stato devono avere chiare connotazioni ebraiche. Per questo, poco prima dell’inizio del congresso, Herzl progetta l’attuale bandiera israeliana: le strisce azzurre in alto e in basso richiamano uno scialle di preghiera e al centro c’è una stella di David.

Già prima che le idee sioniste abbiano un ruolo comincia, nel 1882, la prima Alijah (cosi’ si chiamano le ondate di immigrazione). 35.000 persone si stabiliscono soprattutto nella parte sud-occidentale dell’attuale Siria. Dal 1904 seguono altri Alijot. Spesso gli immigrati di quegli anni hanno idee socialiste e cercano di tradurle in pratica. Sorgono presto i kibbuzim, cooperative, sindacati, assicurazioni malattie, mentre l’Organizzazione sionista costruisce strutture simili a governi, una polizia e organizzazioni paramilitari. I funzionari si chiedono quanta religione deve esserci nello Stato, quale rapporto avere con gli arabi, all’epoca decisamente maggioritari. E soprattutto : come acquisire il Paese necessario ad uno Stato? Conquistarlo? Comprarlo? Negoziare? E con quali frontiere? L’unica cosa su cui c’è accordo è che si devono far arrivare in Palestina più ebrei possibile per creare il fatto compiuto.

In un primo tempo, le reazioni degli arabi sono diverse. Alla fine del 19° secolo, la Palestina fa parte dell’Impero ottomano, le aspirazioni nazionali sono agli inizi, nessuno pensa ad uno Stato siriano, giordano, libanese o palestinese. Queste frontiere sono state tracciate artificialmente, più tardi, dalle potenze occidentali. I nuovi arrivati sono derisi per il loro abbigliamento. Qualcuno ne è contento : portano, in una regione impoverita, un po’ di denaro. La situazione cambia rapidamente quando diventano chiaramente visibili le strutture che gli ebrei costruiscono. Nasce la sensazione che esista un progetto che non ha nulla a che fare con la popolazione locale. Si comincia a vedere gli ebrei come degli occupanti. Iniziano le violenze che segneranno i decenni successivi.

Per il governo britannico, che controlla la regione dal 1917, è una situazione difficile, che ha contribuito a creare con la Dichiarazione Balfour del 1917, che promette un focolare ebraico provocando la collera degli arabi, che continuano da allora a rimproverare agli inglesi di preferire i sionisti. Il governo britannico reagisce tentando di vietare o almeno di limitare l’Alijot. Migliaia di ebrei vengono internati a Cipro e, in parte, rispediti in Europa, mentre il movimento sionista fa immigrare clandestinamente in Palestina un numero sempre maggiore di ebrei.

La Gran Bretagna lascia il mandato nel 1948 perché non vede altra soluzione : il 29 novembre 1947 l’ONU approva un piano di spartizione della Palestina respinto dagli Stati arabi. Gli scontri fra ebrei e arabi si moltiplicano. Dopo la II Guerra mondiale, gli inglesi non sono più in grado di finanziare le forze militari e di polizia impiegate in Palestina. E cosi’, il 14 maggio 1948, l’alto commissario Alan Cunningham ritira la bandiera inglese dal porto di Haifa e sale su una nave. Leah Kristal e Mahmud Husseini aspettano davanti alla radio « E’ assurdo » dice Husseini, « tutti noi non conoscevamo l’ebraico. E nessuno ci ha tradotto quello che ha detto Ben Gurion. »

URSS e USA riconoscono Israele. Transgiordania, Egitto, Libano e Irak provano ad attaccare Israele, che riceve armi dalla Cecoslovacchia. Nella prima metà del 1949 l’esercito israeliano, dopo aver occupato anche parte dei territori attribuiti dal Piano di spartizione ONU ai palestinesi, conclude armistizi con i Paesi arabi vicini : la Transgiordania e Gerusalemme Est sono controllati dalla Giordania, la Striscia di Gaza dall’Egitto e le alture del Golan dalla Siria.

L’80% degli arabi che vivono in quello che diventa lo Stato di Israele fuggono o ne sono cacciati. La paura ha un ruolo importante. Il 9 aprile 1948 i terroristi dell’Irgun e del Lehi, che operano separatamente dall’organizzazione paramilitare sionista Haganah, massacrano 600 persone nel villaggio di Deir Jassin, nei pressi di Gerusalemme. « La paura era tanta » ricorda Husseini, la cui famiglia è rimasta. « Mia madre era molto malata e non sarebbe sopravvissuta alla fuga ».

Ironia della storia : durante quella guerra, prima di una lunga serie tuttora in corso, petrolio e merci necessarie ad Israele sono fornite proprio dall’Iran, che riconosce il nuovo Stato il 14 marzo 1950…

Giustiniano

12 maggio 2018

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