Roma. 12 maggio 1977. 5.000 agenti in tenuta antisommossa, che non lesinano lacrimogeni e pallottole, sono mobilitati contro i manifestanti che celebrano, con un sit-in in Piazza Navona,  il terzo anniversario della vittoria del referendum sul divorzio. Sono in tanti ad invadere la zona circostante, sfidando il divieto di manifestare per un intero mese, decretato dal ministro dell’Interno dell’epoca, Francesco Cossiga. Almeno 60 poliziotti in borghese, armati e travestiti da autonomi, si mescolano a giovani e meno giovani.

E’ un lungo pomeriggio, scandito dalle cariche della polizia, che spara. Vicino al Ponte Garibaldi, all’angolo con Piazza Belli, Giorgiana, 19 anni appena, mentre tenta di raggiungere il corteo dei manifestanti,  viene colpita a morte da un agente che spara ad altezza d’uomo. Lo riferiranno testimoni oculari. L’inchiesta viene chiusa nel maggio 1981 “per essere rimasti ignoti i responsabili del reato”. In un’intervista del 25 gennaio 2007, Cossiga, che ha detto, a caldo, che le forze dell’ordine hanno agito con « grande senso di prudenza e moderazione », dichiarerà di essere una delle cinque persone che conoscono il nome dell’assassino. Ma il responsabile non è mai trovato.

Come la morte di Carlo Giuliani, il 20 luglio 2001, quella di Giorgiana segna i confini storici di una gestione « militare » dell’ordine pubblico da parte di governi che legittimano la loro uccisione, ignorano le risultanze dei processi, le prove e le testimonianze, trasformano defenestrazioni in conseguenze di « raptus suicidi », fanno deviare proiettili grazie a calcinacci vaganti o trasformano estintori in bombole di gas. Noi siamo ancora su quel ponte, per ricordare, con le parole della ballata composta da Stefano Rosso, Bologna 1977, che « il sole che splende, il grano che nasce e l’acqua che va è un dono di tutti, padroni non ha ».

Giustiniano

14 maggio 2018

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