Aadaissé, il villaggio nel Libano meridionale dov’è accaduto il grave incidente fra gli eserciti di Beirut e Tel Aviv con tre militari e un giornalista rimasti uccisi, è a ridosso della Lineablu creata dall’Onu con la risoluzione 1701 dell’11 agosto 2006. Nei pressi ci sono l’ipervigilata colonia ebraica di Motella e la famosa Porta di Fatima presidiata dall’Unifil. Attualmente sono quattordicimila i soldati Onu che presidiano la regione, duemila gli italiani, quest’ultimi si trovano in punti distanti da quello del conflitto a fuoco di martedì. Siamo a sud del fiume Litani, area che entrò nella storia contemporanea della nazione per aver subìto dal 1982 al 2000 la dura occupazione dell’esercito di Israele che cercava di annettere anche quel territorio. A coadiuvarlo, in un Paese spaccato e diviso fra componenti mercenarie, c’erano le truppe collaborazioniste comandate prima da Haddad poi da Lahad. Strutture prive di qualsiasi chances militare senza il supporto israeliano. Certo negli anni bui del Libano terra di conquista molti abitanti dei villaggi sciiti del sud venivano “comperati” a suon di dollari anche per arruolarsi in quelle file, inoltre miseria e terrore producevano tradimento e delazione. Una dozzina di chilometri a nord da Aadaissé c’è il paese di Khiam tristemente noto perché su un crinale alto della collina gli israeliani impiantarono un carcere. Lì rinchiudevano combattenti palestinesi e libanesi sottoponendoli a torture, simili trattamenti venivano riservati anche a insospettabili civili accusati d’essere “terroristi“ o di aiutare la resistenza all’occupazione. Lo strazio del cubo di ferro dove si veniva rinchiusi accucciati e impossibilitati al sonno dalle martellate della sentinella, il palo dove si penzolava rimediando percosse ed elettricità, i denudamenti in pieno inverno e i bagni d’acqua gelida coi cani che ringhiavano ai fianchi erano alcuni numeri del repertorio che gli israeliani riservavano ai prigionieri. Per questo il luogo è stato definito una Guantanamo, un’Abu Ghraib ante litteram ma nessuna Corte internazionale ha mai chiesto il conto di quei trattamenti a nessun governo di Tel Aviv che nell’estate 2006 con l’aviazione cercò di cancellare le proprie infamie bombardando i blocchi. In quei 33 giorni l’attigua piana di Marj è stata teatro di duri scontri terrestri fra i carri di Tsahal e le milizie Hezbollah che con semplici granate e armi leggere infersero diverse perdite agli israeliani. Ne è nata un’esaltazione orale e scritta di quegli avvenimenti bellici volta a sottolineare l’audacia e il coraggio delle azioni armate del Partito di Dio, pari alla venerazione riservata in tanti cimiteri ai martiri della resistenza. Questo cavallo di battaglia del programma di Hezbollah è ormai divenuto patrimonio della coalizione patriottica del governo Hariri. Enrico Campofreda, 3 agosto 2010

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