Arrestata nell’aprile 2017 e tradotta nel carcere di Bakirköy, la giornalista turco-tedesca Meşale Tolu  torna in libertà otto mesi dopo. Dopo tre giorni di isolamento, puo’ lasciare la cella. Due guardie la precedono. Lei le segue, curiosa e un po’ incerta. Attraversano un corridoio, largo e lunghissimo. Le pareti sono rosse e rosa. Tutto è freddo. A destra e a sinistra, ogni 15 o 20 metri, altri corridoi, chiusi da porte di ferro verde scuro. Mentre osserva tutto con attenzione, sente i primi bambini. Non gridano, ridono. Le vengono incontro : sono bambini e bambine di tre – quattro anni. I bambini un po’ più robusti. Cantano qualcosa di simile al « Trenino ciuf ciuf ». Tutti in fila, ognuno con le mani sulle spalle del bambino davanti.

Nota una bambina minuta. Esce da una cella ed è l’ultima ad unirsi al gruppo. “Jenny, gir kizim” (Jenny, mettiti in fila”), dice la guardia che accompagna i bambini. Solo allora capisce che questi bambini sono gli abitanti più piccoli del carcere. Vanno all’asilo che fa parte del complesso carcerario di Bakirköy. Bambini in carcere. Due concetti che non dovrebbero mai stare insieme. Com’è possibile per dei bambini vivere e sopravvivere in un luogo senza amore ? Secondo il ministro della Giustizia turco sono 700 a vivere insieme alle loro mamme. Queste personcine minute, allegre, trascorrono i loro anni migliori dietro le sbarre.

Prima di essere arrestata, Meşale ha letto di Ali Poyraz, vissuto in carcere per anni con sua madre Zeynep. Allora non immagina che avrebbe fatto la stessa esperienza. E invece, dopo pochi giorni dal suo arrivo in carcere, anche suo figlio, superata la pesante porta di ferro,  arriva fra le sue braccia. Nei giorni e mesi seguenti lasciano libero corso alla fantasia. Dovendo restare rinchiusi, sfruttano il tempo a disposizione. Tutto, giocattoli, matite colorate, plastilina, è proibito. Decidono di fabbricarli, i giocattoli. Suo figlio va matto per le macchine e allora ne producono una “made in Bakirköy”. Non ci vuole molto: una bottiglia di plastica e quattro tappi per le ruote. Dopo questo primo successo, le altre detenute  inventano la plastilina. Uno scherzo per loro : un po’ di mollica di pane bianco o scuro  e acqua. Plastilina di due colori.

E il tempo passa. Non ha mai saputo se nella cella di Jenny ci fossero delle donne cosi’ creative. Quando Meșale esce dalla cella, ha la fortuna di rivederla. Parla spagnolo con sua madre. Ne approfitta per prendere parte alla conversazione. In spagnolo. Pensa che sia contenta di conoscere qualcuno che parla la lingua di sua madre. Ma Jenny risponde a tutte le sue domande in turco. Saprà più tardi perché : sua madre è stata condannata a lunghi anni di prigione e Jenny puo’ restare con lei solo fino al compimento del sesto anno. Non avendo nessuno in Turchia che possa occuparsi di lei, andrà in un istituto. La madre la prepara a questa difficile esperienza e le ripete che deve imparare a parlare molto bene turco per poter cavarsela meglio nella vit ache l’aspetta…

Giustiniano

10 giugno 2018

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