L’arresto di Domenico Lucano da parte della Guardia di Finanza ha il sapore di un atto di vendetta contro il tentativo di cambiare le istituzioni dal basso, praticando un sistema di accoglienza dal volto umano e disobbedendo a leggi razziste. Tutto questo è successo in Italia, Calabria, Riace. Al tempo del governo dell’odio

Adesso siete soddisfatti, burocrati e galoppini, sovranisti impotenti e frustrati, rinnegati delle sinistre scolorite, sindacalisti etnici, finanzieri e tifosi dei magistrati.

Alla fine lo avete arrestato, Mimmo Lucano. Quel sindaco con l’aria stralunata che venti anni fa accoglieva i curdi a Badolato e che poi s’è messo in testa di farlo dalle stanze delle istituzioni, ha finito di rompere le scatole con quei suoi sermoni sulla burocrazia che non serve, sul modello d’accoglienza creato a Riace, sul latte d’asina da far produrre ai pastori locali insieme ai profughi afgani.

Adesso i riflettori sono tutti per voi e per quel ministro in divisa da poliziotto che una volta era comunista padano e adesso, siccome parla facile facile, sotto sotto quando parla vi sta pure simpatico, se non fosse per quel grugno asburgico che si ritrova stampato sul viso.

Venerate i superprocuratori, strizzate l’occhiolino a Salvini. Applauditeli davanti ai vostri monitor, masturbatevi dai dispostivi mobili che allietano le vostre solitudini. Genuflettetevi al loro cospetto. Saranno loro a fare pulizia, a rimettere in ordine l’Italia.

Di motivazioni per arrestarlo, ne avevate. Lucano era arrivato al punto di battere una moneta locale, pur di offrire ai migranti la possibilità di entrare nei supermercati, senza aspettare i tempi infiniti nell’erogazione dei pocket money. E non aveva neanche attivato «figure professionali necessarie a garantire una adeguata presa in carico del migrante». Ma come si permetteva? Non sa che negli uffici degli enti e delle questure, di figure altamente professionali ce ne sono a tonnellate? Addirittura a Riace c’erano delle «criticità nei livelli di comprensione della lingua italiana da parte dei soggetti accolti». Si vergogni, Lucano! Una simile macchia, proprio nel Paese in cui in ciascuna scuola pubblica i livelli di insegnamento e apprendimento delle lingue straniere raggiungono vette inimmaginabili, e ogni giorno il MIUR invia migliaia di insegnanti di madrelingua? Ah, e poi quell’altra anomalia intollerabile: «nelle attività di orientamento e accompagnamento all’inserimento lavorativo». Questa proprio no, signor Sindaco. Di Maio si sta ammazzando di fatica per istituire i Centri per l’impiego. Che figura ci facciamo? E come la mettiamo con Salvini che sta per liberare tanti edifici pubblici dagli immondi occupanti di case? Allora davvero lei vuole remare contro?

Soprattutto lei, signor Mimmo, si ostinava a rilasciare carte d’identità ai migranti, fottendosene di tutti i cavilli e i pastrocchi allestiti per tenere in piedi la macchina burocratico-poliziesca su cui si regge il Paese. Sa cosa significa? Così lei sfidava l’Unione Europea e il trattato di Dublino! Ma se l’immagina se tutti i sindaci lo facessero? Non avremmo più bisogno dei latrati di Salvini. E finirebbe la pacchia per chi sfrutta i migranti, che sarebbero liberi di andare dove vogliono, dovunque, tranne ovviamente in Italia, perché non ci vogliono stare.

Siete stati coerenti, cari paladini della Legalità: dal vostro punto di vista, avete fatto bene a farlo arrestare. Ogni volta che a Riace si presentava una donna migrante, a prescindere che fosse in fuga dalla guerra o “soltanto” dalla fame, lui sfondava la prima porta di un palazzo abbandonato, e ce li infilava dentro, in questi edifici «non in linea con i criteri di confort stabiliti dalle linee guida». Li vorrei visitare, uno per uno, i 126 progetti Sprar della Calabria. Li vorrei raccontare, soprattutto vorrei visitare quei Comuni che ne hanno ottenuto due in un colpo solo. È sicuro che nella stragrande maggioranza dei casi, incontrerei tanta onestà, accoglienza vera, ma chissà quanti di loro, a differenza del municipio amministrato da Lucano, salvano la forma della burocrazia per poi girare a vuoto, nella sostanza, riciclando corpi umani che qui in Italia non vogliono restare. D’altronde, a prescindere se italiano o migrante, chi vorrebbe oggi rimanere a vivere in questo paese? Poi vorrei entrare invisibile nelle stanze della prefettura, osservare i funzionari di questo Stato mentre assegnano a politici, avventurieri e mafiosi di vecchia data fondi e concessioni per i Centri d’accoglienza straordinaria.

A differenza vostra, illustri burocrati e galoppini, per loro non riesco a non provare disprezzo. In fondo, è un sentimento che somiglia al vostro, all’odio che covate contro la gioia e la solidarietà, incapaci come siete di amare, mentre cliccate sulle vostre stupefacenti tastiere imbottite di progettini. Poco male, comunque. Stavolta, vi si ritorcerà contro. La vicenda di Mimmo insegna che non è possibile costruire un altro mondo dall’interno delle istituzioni. Chiunque provasse a farlo, si troverebbe sommerso da montagne di inutili carte, avvinghiato da legacci e catene digitali, braccato da pervasivi organi di controllo, sospinto da caimani che lo alletterebbero con promesse di potere.  Eppure, non si sa mai. Come accadde 16 anni fa a Cosenza, quando gli incappucciati al servizio di questo Stato e dei criminali che governano sui nostri territori, ci arrestarono. All’epoca per loro finì male. Non si sa mai. Se in segno di solidarietà invadiamo Riace, se ci riprendiamo le strade, la storia potrebbe ripetersi.

Claudio Dionesalvi

da DinamoPress

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