Presentare, come ha fatto domenica scorsa il presidente iraniano Ahmadinejad, il drone autoprodotto quale “ambasciatore di morte per lanciare un messaggio di pace e amicizia” è a metà fra la provocazione che da sempre ne contraddistingue la politica e il realismo di cui il suo governo s’ammanta. Dotarsi di strumenti di difesa-offesa che somigliano a quelli di eserciti che,  come l’israeliano o lo statunitense non escludono interventi armati contro Teheran, conduce l’attuale leadership di quella nazione a proseguire la via “riarmo dissuasivo”. Il missile karrar, che in farsi significa attaccante, ha nel termine stesso non certo il messaggio distensivo cui fa riferimento il presidente-combattente. Lungo quattro metri, con un raggio d’azione di mille chilometri può trasportare due bombe da 110 kg o una guidata da 200. Seppure di minor profilo tecnologico rispetto ai droni statunitensi, attivi in questi anni sui fronti iracheno e afghano, lo strumento bellico è senz’altro un passo in avanti rispetto a quelli di cui disponeva finora l’aviazione iraniana  utilizzati esclusivamente per voli spia. Consolida ulteriormente le capacità aerospaziali iraniane già in grado di disporre dei missili da oltre 1000 km di gittata che intimoriscono Tel Aviv.Tecnologia, dunque, a trecentosessanta gradi. Non è un caso che il lancio mediatico del drone segua di poche ore l’annuncio in pompa magna dell’attivazione del reattore nucleare di Bushehr con strette di mano davanti alle telecamere dei responsabili del programma, l’iraniano Salehi e il russo Kiriyenko. Per l’obiettivo raggiunto gli ispettori internazionali dell’Aiea hanno dato il proprio assenso sottolineando come la prima centrale nel Paese degli ayatollah non può assolutamente essere sospettata di finalità belliche come un tempo sostenuto dall’amministrazione Bush, dai governi israeliani d’ogni colore e da quei delegati della Casa Bianca all’Onu alla John Bolton. Eppure le attuali mosse del Segretario di Stato verso il sito dell’orgoglio nucleare  iraniano non erano state tanto diverse dai sospetti americani d’un tempo se sono vere le insistenze verso le massime autorità russe con cui Hillary Clinton ha provato a far ritardare la consegna delle barre di uranio (163 pari a 80 tonnellate) che invece sono arrivate puntuali per avviare la prima centrale. Grazie a esse fra due mesi il reattore da 1000 megawatt verrà collegato alla rete elettrica per le iniziali forniture di energia nucleare alternativa a uso civile.Il tecnico di Mosca Kiriyenko è stato perentorio nello smentire che da simili strutture, monitorate giorno e notte dagli ispettori internazionali, si possano sottrarre barre d’uranio che per un uso bellico dovrebbero essere arricchite di quasi 90 punti di percentuale. Non si saprebbe da chi e dove. Ma il tam tam del pericolo bomba sostenuto dai propagandisti occidentali dice che i siti dell’arricchimento sono aumentati, l’ultimo individuato era presso la città santa di Qom, e potrebbero ripetersi casi come quelli di Natanz e Arak scoperti nel 2002. Alle insinuazioni la propaganda di Teheran risponde con l’orgoglio muscolare di mettere in vetrina ritrovati militari così da riunire quel che resta del patriottismo nazionale. Ma più del drone Karrar a compattare questo sentimento resta proprio il versante energetico nucleare, non foss’altro perché legato a scambi e ricambi economici con nazioni come la Russia che pur aderendo al fronte delle sanzioni frequentemente se ne smarca riallargando gli scenari. Un po’ tutte le fazioni iraniane non disdegnano l’idea di far grande e tecnologica la patria, lo pensa il partito militare dei Guardiani della Rivoluzione che finora ha trovato il compromesso con gli ayatollah tradizionalisti (Zanjiani) e fondamentalisti (Yazdi), lo sostengono gli affaristi grandi e bazari che oscillano fra consenso e proteste verso il governo, quindi  le ricche famiglie con uomini nell’alto clero come Rafsandjani, e i riformisti-intellettuali dei tempi andati alla Khatami passando per gli ex uomini d’apparato rivestiti di verde come Moussavi e Karroubi. Fors’anche i giovani rockettari che sulle antiche note di Dylan rilanciano richieste di libertà associative al sistema del velayat- el faqih in cuore serbano l’appartenenza a una nazione forte e autonoma.A quest’Iran continueranno a guardare altri giganti come Cina e India, che assieme al Brasile e alla citata Russia costituiscono quel nuovo gruppo di potenze che gli analisti associano nell’acronimo Bric. Costoro stanno incrinando l’impatto delle sanzioni che Usa e partner dell’Unione Europea continuano a riproporre con effetto boomerang su stessi (ne risentono Stati Uniti e Canada che hanno notevolmente diminuito l’import-export verso l’Iran, e membri Ue come l’Italia rea col suo governo d’aver dimezzato le esportazioni in quel mercato). Cina e India sostituiscono gli scambi delle nazioni boicottatrici, Indian Oil Company, China Petroleum, Sinopec (oltre a Gazprom) iniziano a fornire le tecnologie che Total, Bp, Shell, Eni fanno venire meno. Il Brasile nell’ultimo anno ha invertito il trend latino-americano dell’adesione all’embargo e Turchia, ma anche Pakistan e nel loro piccolo le nazioni confinanti dell’area (Azerbaijan, Armenia, Tajikestan) stabiliscono nuovi rapporti commerciali che evitano al governo di Teheran quell’isolamento cui gli Usa vorrebbero costringerlo. Così quella che già abbiamo definito come l’arma spuntata delle sanzioni occidentali andrà a unirsi alle difficoltà d’un attacco militare diretto. Dopo l’avventura irachena e la disfatta afghana, l’esportazione bellica della democrazia diventa più difficile da gestire per Stati Uniti e alleati europei. Così Ahmadinejad può fare l’elogio dei suoi karrar, nell’apertissima partita del controllo del Grande Medio Oriente essi potrebbero servire come oggetto da museo oppure no.Enrico Campofreda

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