Il dibattito sulle migrazioni paralizza l’Europa. Alimenta le propagande partigiane. Se ne riempiono la bocca i populisti di mezzo mondo, quelli di destra e quelli di una sedicente sinistra. Dall’inizio del secolo, 50.000 persone sono finite in fondo al Mediterraneo. I governi europei rinforzano i controlli, consolidano « Frontex », bloccano le frontiere marittime e terrestri. Tutti parlano di mondializzazione senza mai trarne le conseguenze. Siamo entrati, infatti, in un mondo di interdipendenza e di comunicazione generalizzata, per il quale la mobilità delle persone è diventata un principio irreversibile, con il quale è necessario imparare a convivere.

Siamo in un mondo in cui tutti vedono tutti. Un mondo in cui l’assenza di prospettive in casa propria suscita la speranza di trovare una soluzione altrove. Un mondo nel quale l’umanità è tributaria dell’intero pianeta. Naturalmente, questo cambiamento è vissuto in misura molto più intensa quando si fa parte del mondo della sofferenza, quella che non è più possible confinare nelle terrae incongnitae, o dei muri della sovranità, incapaci di resistere alla moderna comunicazione.

Eppure la parte delle popolazioni migranti è passata, in 50 anni, solo dal 2,2% a poco più del 3% della popolazione globale. Perdipiù, le migrazioni dal sud al nord del mondo rappresentano solo 1/3 delle migrazioni totali. Malgrado le bugie dei governanti occidentali, la verità finisce per farsi luce. L’Europa ha bisogno di rinnovare la sua popolazione attiva. I sistemi previdenziali hanno bisogno dei contributi di cui la piaga del lavoro nero li priva. La politica dei Trump e dei Macron, oltre a favorire il lavoro nero, favorisce scafisti e mafiosi.

Tutti i paesi, compreso il nostro, hanno bisogno di ponti, di incontri, di convergenze e di scambi culturali per non perdere il contatto con il nostro mondo e la nostra epoca. L’ortodossia identitaria, l’arcaismo culturale, l’irrigidimento neo-nazionalista sono infinitamente più pericolosi dell’apertura sul mondo. Il trasferimento di una cultura verso l’altra ha invariabilmente permesso di avviare le grandi  svolte  della nostra storia, come di quella degli altri.

Ricorrendo a stigmatizzazioni grossolane, i nuovi sovranisti si richiamano a un ordine che comporta una visione gerarchica delle culture, un’apologia dei ghetti e muraglie di ogni tipo. Un mondo ideale per fondamentalisti di ogni genere. Oggi la vecchia destra è stata raggiunta, su questo terreno, da un’altrettanto  vecchia, sedicente sinistra, che annaspa ostinandosi a sperare – in Italia, in Germania, in Francia – di avere la sua parte della torta elettorale.

Una gestione mondiale delle migrazioni comporta la costruzione di un edificio istituzionale che offra un minimo di vantaggi ai tre partner essenziali - migranti, società di partenza e di arrivo – con la creazione di agenzie, ovunque nel mondo, capaci di concretizzare uno sforzo di informazione, di formazione, di orientamento e di integrazione che accompagnino la mobilità umana nel terzo millennio. Un’operazione che appare impossibile senza una rivoluzione politica che incida a fondo sui rapporti di produzione e su quelli di proprietà che rendono vano ogni sforzo riformatore !

Giustiniano

7 novembre 2018

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