Nel 1793, la Legge per la riduzione della schiavitù stabilisce che tutti gli schiavi, una volta arrivati in Alto Canadà, sono liberi. Dopo la guerra anglo-americana del 1812, gli schiavi degli ufficiali del sud degli USA riferiscono al loro ritorno di aver visto, nell’America del nord britannica,  « afro-americani che indossavano mantelli rossi » liberi. La notizia che la libertà è a portata di mano negli Stati del nord e in Canada si diffonde. Nel 1850, dopo l’adozione negli USA della Legge che consente ai cacciatori di schiavi di inseguirli negli Stati del nord,  il numero dei fuggiaschi aumenta.

All’inizio del XIX secolo un gruppo di abolizionisti, presente soprattutto a Filadelfia, crea una rete informale per venire in aiuto agli schiavi in fuga. Dal 1830 la rete viene chiamata “ferrovia clandestina” (underground railroad). Non si tratta di una ferrovia in senso proprio, ma di una complessa rete clandestina di persone e di rifugi per aiutare gli schiavi delle piantagioni del sud a ritrovare la libertà nel nord. Fanno parte della rete afro-americani liberi, compatrioti schiavi, simpatizzanti di origine europea, amerindi, cittadini, agricoltori, uomini e donne statunitensi e canadesi.

Per nascondere le sue attività la ferrovia clandestina adotta una terminologia e dei simboli. Quelli che aiutano i fuggiaschi lungo il percorso sono chiamati « conduttori ». Sono loro a guidarli da una località all’altra, a piedi o mediante vari mezzi di trasporto, terrestri o marittimi, fra i quali carri coperti da un telo e muniti di un doppio fondo. I passeggeri sono affidati a « stazioni », distanti una dall’altra una trentina di km. Si tratta di rifugi, situati in città o villaggi detti « terminali », indicati da candele poste dietro le finestre o lanterne in posizione strategica nei cortili antistanti le case.

I rifugi sono gestiti da « capistazione » che accolgono i fuggiaschi in casa loro, li rifocillano, procurano loro vestiti di ricambio, un luogo dove riposare e nascondersi e un aiuto finanziario prima di mandarli alla « stazione » successiva. Il più famoso « capostazione », a Syracuse, nello Stato di New York,  è Jermain Loguen,  un afro-americano soprannominato il “re della ferrovia clandestina ». Ma, nell’immaginario storico americano, resta associata alla Underground Road una donna, Harriet Tubman, che, nata schiava nel Maryland nel 1822, riesce a liberarsi fuggendo nel nord, ma torna a più riprese nel sud schiavista per aiutare centinaia di schiavi a fuggire.

Barack Obama voleva rendere onore a Harriet sostituendo, entro il 2020, nel biglietto da 20 dollari, la faccia del settimo presidente USA, il generale Andrew Jackson, con quella dell’abolizionista afroamericana Harriet Tubman. Non aveva fatto i conti con Donald Trump, grande ammiratore di Jackson, più conosciuto per aver ottenuto con la forza delle armi l’espulsione degli amerindi Creek che per le sue doti presidenziali. Ignorando perfino i rudimenti della storia afro-americana, Trump ha annullato la decisione del suo predecessore.

Si valuta in 30.000 il numero di persone che costituiscono la rete. Gli schiavi afro-americani che, fra il 1830 e il 1862, riescono a fuggire dal sud sono fra 40 e 100.000. Lo scrittore americano Colson Whitehead ne racconta l’epopea in “Underground Railroad”, vincitore del Premio Pulitzer nel 2017, un romanzo catartico che fa rivivere ai lettori americani gli orrori di 250 anni di schiavismo per meglio liberarli dal peso di questa ignominia.

Giustiniano

17.11.2018

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