Il 17 novembre 1938 Vittorio Emanuele III firma i « Provvedimenti per la difesa della razza italiana », legge « per la protezione della razza italiana », introducendo la maggior parte delle disposizioni antisemite progressivamente decise in Germania da quando i nazisti erano andati al potere. Dal 31 ottobre 1922 l’Italia era governata dai fascisti, guidati da Benito Mussolini. Fino al 1938 l’antisemitismo non faceva parte de loro programma ufficiale. Gli ebrei potevano aderire al partito fascista. Alcuni ne erano perfino dirigenti.

Le disposizioni del 17 novembre 1938 vengono generalmente descritte come le prime misure antisemite adottate dai fascisti, anche se non è esatto. Già prima, il 5 settembre 1938, era stata approvata la legge « per la protezione della razza nelle scuole » e due giorni dopo quella « relativa ai rapporti con gli ebrei stranieri ». La prima stabiliva che insegnanti e professori ebrei non potevano più lavorare nelle scuole e nelle università italiane. La legge del 7 settembre obbligava tutti gli ebrei stranieri a lasciare entro sei mesi l’Italia, la Libia e le isole greche dell’Egeo.

La legge del 17 novembre 1938 doveva definire chi doveva essere considerato ebreo. Secondo l’articolo 8 erano tali quelli che avevano entrambi i genitori ebrei (indipendentemente dalla loro appartenenza religiosa), un genitore ebreo e uno straniero, una madre ebrea e un padre ignoto, se almeno uno dei due genitori era ebreo e se essi stessi erano ebrei credenti o « professavano l’ebraismo » in modo non ulteriormente specificato.

L’articolo 1 della « Legge per la protezione della razza italiana » vietava il matrimonio fra cittadini « di razza ariana » e persone di ogni « altra razza », dunque non solo con gli ebrei ma anche con partner di origine africana – un caso non raro allora in Italia – e, teoricamente, anche con cinesi, giapponesi o indiani. Una disposizione di questo genere non c’era neppure in Germania.

L’articolo 10 della legge specificava tutto quello che i cittadini ebrei non potevano fare : erano esclusi dal servizio militare, non potevano essere tutori di minorenni o di persone incapaci di intendere e di volere, possedere o dirigere aziende « d’importanza bellica”, essere proprietari di terreni di un valore superiore a 5.000 lire e di edifici in città di un valore superiore a 20.000 lire. L’articolo 12 vietava l’impiego di domestici italiani « ariani ». L’articolo 13 escludeva gli ebrei dall’adesione al partito fascista, da tutti gli uffici pubblici, dalle banche di « interesse nazionale » e dalle assicurazioni.

Gli articoli dal 17 al 25 regolavano i rapporti con gli ebrei di origine straniera. L’articolo 17 vietava loro espressamente di stabilirsi in Italia, Libia o nelle isole italiane nell’Egeo. L’articolo 23 invalidava le naturalizzazioni di ebrei avvenute dopo il 1° gennaio 1919. L’articolo 24 ingiungeva a tutti gli ebrei stranieri – compresi quelli dichiarati tali in base all’articolo 23 – di lasciare l’Italia e i suoi possedimenti coloniali entro il 12 marzo 1939. Anche questa disposizione era più severa di quelle previste nello stesso periodo in Germania.

L’articolo 14 prevedeva diverse eccezioni. Le disposizioni non si applicavano ai familiari dei caduti della Prima guerra mondiale, della guerra di conquista dell’Etiopia (1935-36) e dell’intervento fascista nella Guerra civile spagnola. Erano esclusi anche gli ebrei feriti o decorati in queste guerre, i membri del partito fascista dal 1919 al 1922, quelli che avevano partecipato alle avventure militari (1919-1922) nella città di Rijeka, chiamata dagli italiani Fiume. L’articolo 25 dispensava gli ebrei « stranieri »  di più di 65 anni o sposati con cittadini italiani dall’obbligo di lasciare l’Italia e i suoi possedimenti coloniali.

Solo pochi ebrei vivevano allora in Italia. 50.000 persone, cioé meno dello 0,11% della popolazione. Erano ampiamente integrati. Niente era cambiato quando i fascisti erano andati al potere. Gli attacchi fascisti agli ebrei come quello dell’ottobre 1926 a Padova, dove una sinagoga era stata devastata, erano eccezioni. Per anni lo stesso Mussolini aveva sostenuto che gli italiani erano, come gli ebrei, parte di una popolazione mista, « mediterranea ». Ma negli anni 30 l’opinione del « duce », che vedeva negli ebrei sempre di più i capifila dell’antifascismo,  era cambiata. Dal 1934 le manifestazioni pubbliche di antisemitismo erano aumentate. La stampa aizzava sempre più contro gli ebrei. La legislazione antisemita varata nel 1938 deve essere considerata come espressione di questa radicalizzazione. Era nello stesso tempo un adeguamento al Terzo Reich, alleato dell’Italia dopo il comune intervento militare nella guerra civile spagnola nel 1936 e la dimostrazione che la direzione dell’area fascista, alla quale Mussolini aspirava, era passata, dopo l’annessione dell’Austria, nelle mani dei tedeschi.

Si comincia con la pubblicazione del « Manifesto della razza », il 14 luglio 1938, sul quotidiano romano « Il Giornale d’Italia » e si continua, il 5 agosto, di concerto con il partito fascista e il ministero della cultura popolare, con il primo numero della nuova rivista « La difesa della razza ». Il manifesto viene firmato da numerosi eminenti scienziati di diverse discipline. Vi si afferma l’esistenza delle « razze » – cosa non necessariamente riconosciuta in Italia, fino ad allora –  e che la popolazione, come la civiltà italiana, appartiene alla « razza ariana ». Secondo gli estensori del manifesto, dopo l’invasione (germanica) dei longobardi, nel 6° secolo, questa popolazione non era cambiata. E dunque gli italiani erano una « razza pura », della quale non facevano parte gli ebrei. Questo ultimi erano piuttosto la sola parte della popolazione italiana a non essere stata « assimilata ».

Per gli ebrei italiani le disposizioni antisemite, seguite negli anni successivi da altre, su iniziativa di comuni e province, furono uno choc. Funzionari, insegnanti e professori finirono in  mezzo alla strada. Tutti gli allievi e studenti ebrei dovettero lasciare scuole e università. Dal 1938 gli ebrei italiani furono rovinati economicamente e isolati socialmente. Tuttavia, la loro vita fu minacciata solo dopo l’occupazione tedesca dell’Italia del nord, nel settembre 1943, quando 6.000 ebrei avevano scelto l’emigrazione.

Giustiniano

17 novembre 2018

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