L’incendio che divora il nord della California dall’8 novembre scorso è il più grave della storia del Golden State, l’ennesima prova del riscaldamento climatico e delle sue conseguenze, come la siccità ormai cronica, l’aumento delle temperature che accentua l’inaridimento dei suoli, l’allungamento delle stagioni favorevoli al fuoco.

Gli USA sono, ad un tempo,  il paese nel quale  la ricerca sul clima è più dinamica, dove grandi università e istituzioni scientifiche  forniscono buona parte delle conoscenze disponibili sull’argomento e quello nel quale buona parte della popolazione e dei suoi rappresentanti politici, presidente in testa, negano perfino l’esistenza del cambiamento climatico, in ossequio agli interessi di una classe dominante che sulla difesa dei suoi privilegi non fa sconti a nessuno.

Il bilancio provvisorio degli incendi parla di oltre 70 morti e di oltre 1.000 dispersi. Un’intera città è stata letteralmente cancellata. Sulla costa occidentale, le fiamme che hanno divorato 6.500 ettari – ¼ della Sicilia – di foreste hanno lasciato un deserto fumante. E’ il quarto incendio dopo il 2012. In uno Stato fra i più ricchi degli USA, e della Terra, gli sfollati sono decine di migliaia.

La serie di catastrofi che devastano gli USA dimostrano che nessuno sarà risparmiato dai fenomeni più probabili e più gravi dovuti al cambiamento del clima. Se le infrastrutture dei Paesi del sud del mondo, più vulnerabili, li rendono evidenti, i Paesi del nord scoprono adesso la loro fragilità davanti alla deriva climatica che il tipo di sviluppo alla base delle loro economia ha causato.

L’ora dei conti è suonata.

Giustiniano

18 novembre 2018

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