Sabato 1° dicembre un migrante proveniente dal Gambia è morto carbonizzato nell’incendio di una baracca, nella « vecchia tendopoli »di San Ferdinando di Rosarno che sorge accanto alla nuova con 500 posti. Si chiamava Suruwa Jaithe e aveva 18 anni. Come migliaia di altri africani, lavorava alla raccolta degli agrumi. Si tratta dello stesso luogo dove, il 27 gennaio, è morta nell’incendio di 200 baracche Becky Moses, una ragazza nigeriana di 26 anni che aveva raggiunto tre giorni prima alcuni connazionali dopo aver dovuto lasciare Riace perché la sua richiesta d’asilo era stata rifiutata.

Di queste morti sono responsabili le istituzioni che hanno lasciato, in tutti questi anni, che Rosarno continuasse cosi’. Rosarno brucia da più di vent’anni. L’opinione pubblica italiana ed europea lo scopre solo nel 2010, con la « rivolta di Rosarno ». Nella baraccopoli vivono forse duemila persone, che lavorano da novembre a aprile nella raccolta degli agrumi. Una cassetta di mandarini è pagata 1 euro, una di arance 50 centesimi. Quando va bene, guadagnano 25 euro al giorno, meno della metà del dovuto in base al contratto provinciale. Da 15 anni, almeno, l’80% dei braccianti lavora a nero. 10 ore al giorno o meglio “da sole a sole”.

Questa manodopera a buon mercato non è presente solo nella Piana di Gioia Tauro, ma in molte campagne d’Italia, dal Piemonte alla Sicilia. Si tratta, complessivamente, di 400.000 braccianti che sopravvivono in condizioni di semischiavitù. Da tempo l’Unione Sindacale di Base e la CGIL ne denunciano le condizioni di lavoro. In questi anni, hanno combattuto per strappare qualche promessa, organizzato proteste e manifestazioni.  La risposta che hanno ottenuto è  il Decreto Sicurezza. Ieri la Prefettura di Reggio Calabria ha convocato, d’urgenza, (proprio cosi’!), un comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica nella sede municipale del Comune di San Ferdinando – sciolto per infiltrazioni della ‘ndrangheta il 30.10.2014 – per « esaminare la situazione »…

Giustiniano

3.12.2018

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