In Bolivia, il Tribunale elettorale supremo (TSF) ha autorizzato ieri otto delle nove coppie di candidati alle preliminari per le elezioni presidenziali del 2019. Anche l’attuale presidente Evo Morales e il suo vice Alvaro Garcia Linera, del « Movimento per il Socialismo » (MAS) al governo, possono ricandidarsi. Entrambi cavalcano in testa ai sondaggi. Il candidato di opposizione più quotato, l’ex presidente Carlos Mesa, che si presenta con il suo ex ministro Gustavo Pedraza per l’Alleanza « Comunidad Ciudadana » (CC), è sotto inchiesta per corruzione. Le altre sei coppie di candidati hanno scarse prospettive.

In ottobre il TSE ha deciso che i candidati dei partiti alla presidenza devono passare attraverso primarie interne prima di presentarsi ufficialmente. Ogni partito puo’ presentare alle primarie del 27 gennaio 2019 solo un tandem di candidati alla presidenza e alla vicepresidenza.

Dopo la decisione del Tribunale elettorale supremo non c’è più nessun ostacolo alla candidatura di Evo Morales ad un quarto mandato, dal 2020 al 2025. Qualche settimana fa il suo principale concorrente, Mesa, ha invitato per iscritto il tribunale a rifiutare la candidatura di Morales. Mesa si richiamava ad un referendum del 21 febbraio 2016, in occasione del quale una maggioranza risicata aveva votato contro una modifica costituzionale, che doveva consentire la rielezione del presidente. Morales aveva sostenuto che la sua sconfitta era dovuta a una campagna per denigrarlo, orchestrata dai media di opposizione prima del referendum.

La TV latino-americana Telesur aveva mostrato poco dopo dei documenti usciti dall’ambasciata USA di La Paz che dimostravano il suo coinvolgimento. Il quotidiano messicano La Jornada aveva rivelato che la rappresentanza diplomatica USA aveva finanziato la campagna contro Morales con 200 milioni di dollari. Dopo le informazioni relative alla manipolazione del referendum, i rappresentanti di varie organizzazioni sociali nutrivano fondati dubbi sulla sua legittimità.

Alcuni deputati del MAS avevano depositato un’istanza al « Tribunale costituzionale plurinazionale » (TCP) per la modifica di quattro articoli della Costituzione, che prevedeva finora una sola rielezione. I proponenti sostenevano fra l’altro che la limitazione della rielezione attentava ai diritti politici delle persone, riconosciuti dalla Bolivia con la firma della Convenzione americana sui diritti umani del 1969.

Il 28 novembre 2017 il Tribunale supremo aveva accettato l’istanza e aperto la strada alla rielezione di Morales. Mentre governo, MAS, sindacati e gruppi sociali di base avevano accolto con favore la decisione, l’opposizione di destra aveva parlato di un « colpo di Stato ». A Washington, il ministero degli Esteri USA si era detto « molto preoccupato » per la sentenza. Domenica, Morales ha messo in guardia gli USA da ulteriori tentativi di intimidazione e  nuove ingerenze nelle elezioni presidenziali del 2019. L’opposizione di destra ha già convocato azioni e manifestazioni contro una possibile rielezione del capo dello Stato.

Morales si dice sicuro di vincere. E’ convinto che il 27 gennaio  le « forze della destra politica subiranno una sconfitta », ha dichiarato. La Federazione sindacale COB, la rappresentanza dei maggiori movimenti sociali del Paese « Conalcam » e la Lega delle cooperative minerarie « Fencomin », che avevano avuto in passato dei contrasti con il governo, sostengono il ticket Morales/Linera.

L’ex sindacalista Evo Morales era stato eletto la prima volta alla presidenza il 18 dicembre 2005. Il mandato era stato abbreviato per l’entrata in vigore di una nuova Costituzione. Nel dicembre 2009, in occasione di nuove elezioni, Morales era stato rieletto presidente con il 64% dei voti e, cinque anni dopo, con il 61%.

Giustiniano

6.12.2018

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