Nella notte fra il 6 e il 7 dicembre 2007 Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rosario Rodinò, Giuseppe Demasi e Rocco Marzo perdono la vita in un incendio dell’Acciaieria Thyssenkrupp di Torino. Per qualche miliardo risparmiato. Nello stabilimento, infatti,  le norme di sicurezza non sono rispettate. Gli estintori sono vuoti e il telefono d’emergenza non funziona. Ma per Thyssenkrupp si tratta di « una serie di malaugurate circostanze ».

Le famiglie degli operai morti ottengono un risarcimento in cambio dell’impegno a non costituirsi parte civile. L’azienda pagherà gli studi dei figli. La chiusura dell’acciaieria non segna, come qualcuno spera,  una svolta : i morti sul lavoro continuano. Nei primi sei mesi del 2018 le denunce di « infortunio » sul lavoro con esito mortale, in Italia,  sono 469. La colpa è, oggi come allora, dei mancati investimenti per la sicurezza. Le risorse da destinare alla prevenzione degli « infortuni » continuano ad essere considerate un costo da sostenere. La competitività, leggi profitto, è più importante.

Nove anni dopo, i responsabili condannati sono sei. Quattro, italiani, scontano la pena in carcere dal maggio 2016. I due tedeschi – l’amministratore delegato e il direttore finanziario – vivono indisturbati in Germania dove, secondo un accordo bilaterale, dovrebbero scontare la pena prevista dal loro Codice per lo stesso reato. Un accordo che non ha mai impedito neppure ai criminali di guerra condannati in Italia, come i responsabili delle stragi di Cervarolo, di Cefalonia e del Padule di Fucecchio, di trascorrere una vecchiaia serena a casa loro.

Ma le autorità tedesche, incuranti delle « proteste » di quelle italiane,  sostengono di non disporre ancora, dopo oltre due anni, di una copia della sentenza con la relativa traduzione…

Giustiniano

7.12.2018

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