La notizia che IKEA intenderebbe tagliare 7500 posti di lavoro nel mondo preoccupa i 160.000 dipendenti. La multinazionale è in crescita da anni in termini di giro d’affari e di profitti. Difficile capire la ragione di una riduzione del personale del 5%. La direzione si sforza di convincere i dipendenti che si tratta di una « trasformazione » nella quale la riduzione dei posti di lavoro è un aspetto marginale. Parla della sfida rappresentata dal commercio on line, che rende necessarie delle ristrutturazioni. La riduzione di posti riguarderebbe solo l’amministrazione. E, inoltre, sarebbero creati 11.500 nuovi posti di lavoro e dunque, in futuro, l’occupazione globale aumenterebbe.

Ma l’inquietudine resta. Riprendendo slancio dopo la crisi del 2008, Ikea ha aperto nuovi centri soprattutto in Asia. Attualmente ha 355 filiali in 29 paesi. Si aggiungono 43 centri commerciali e un numero crescente di depositi e centri per il ritiro di merce ordinata on line. Dal 2008 il giro d’affari è salito da 21,5 a 31,3 miliardi di euro. Nel 2016 il profitto è stato 4,2 miliardi e nel 2017 2,5 miliardi. Resta difficile stabilire quello reale data la struttura tutt’altro che trasparente del gruppo.

Il personale dei negozi IKEA non ha alcun vantaggio dall’aumento dei posti di lavoro in Asia. Annunciando che i tagli riguardano solo il personale amministrativo, la direzione tenta, come in molte altre aziende, di dividere i dipendenti ed approfittare della divisione. Già adesso, la pressione esercitata sui lavoratori è enorme, la girandola di personale è continua, il clima nell’azienda è pessimo e si ripercuote sulle prestazioni alla clientela. Per far fronte a questa instabilità, già dall’inizio del 2018, in Austria, il salario iniziale è stato aumentato del 10%.

La Germania è il primo mercato, con 53 punti vendita, 18.000 dipendenti e un giro d’affari di 5 miliardi di euro. I rappresentanti del personale chiedono una « assicurazione per il futuro » per tutti i dipendenti : nessun licenziamento né esternalizzazione, mantenimento dei punti vendita attuali e, se necessario, corsi di riqualificazione per il personale interessato dalla ristrutturazione. Molti restano scettici. Per loro la « trasformazione » nasconde solo il tentativo di rendere un’impresa molto redditizia ancora più redditizia.

Giustiniano

9 gennaio 2019

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