In Turchia, le cipolle sono un must. Onnipresenti nei piatti cucinati, sono diventate, con altre verdure di base come  melanzane, peperoni e pomodori, un caso politico. Negli ultimi mesi il prezzo delle cipolle è triplicato e quello delle altre verdute è salito, un mese dopo l’altro, di più del 6%, ben oltre l’inflazione. Imam Bayildi (“l’imam sviene”), un piatto popolare costituito da melanzane, peperoni e un po’ di carne macinata, sono pochi ormai a poterselo permettere. Gli ingredienti costano troppo.

Nell’imminenza di importanti elezioni comunali nelle quali il partito di governo AKP rischia di perdere metropoli come Istanbul e Ankara, il prezzo degli alimentari è diventato il pomo della discordia fra l’opposizione e l’eterno presidente Recep Tayyip Erdogan. Il ministro delle Finanze Berat Albayrak, genero del presidente e suo portavoce per le questioni economiche, ha annunciato mercoledi’ un piano per ridurre i prezzi degli alimenti e, nello stesso tempo, accusato forze occulte di essere responsabili degli aumenti. Il ministro ha detto ai giornalisti che si tratta di « « terrorismo alimentare ». Secondo lui, non è una sorpresa se le forze che sostengono il terrorismo attaccano ora anche la vita quotidiana dei cittadini. Esige un’inchiesta per incastrare i responsabili della speculazione sui prodotti alimentari.

Già a fine dicembre il governo aveva incaricato degli ispettori di cercare pretesi depositi nei quali dei « criminali » avrebbero occultato le cipolle per farne salire il prezzo. Non hanno trovato niente. In seguito il presidente ha intimato alle catene di supermercati di abbassare i prezzi della verdura e non partecipare alle speculazioni. Con il risultato che molte catene hanno tolto dagli scaffali cipolle e melanzane e adesso sono gli ambulanti dei mercati a far fronte alla collera dei clienti. Loro non possono farci nulla, dato che i prezzi sono quelli fissati dai grossisti.

Per calmare la gente più povera, che costituisce, finora, l’elettorato più fedele, il governo ha aumentato il salario minimo. L’aumento dei prezzi degli alimentari non è l’opera di forze oscure ma piuttosto il risultato di cattivi raccolti e della politica agricola di Erdogan, che promuove monoculture per l’esportazione trascurando l’approvvigionamento alimentare della Turchia, costretta ad importare una serie di prodotti, sempre più cari dopo il crollo della lira turca rispetto al dollaro.

Adesso Albayrak vuole incaricare i comuni della vendita della verdura. Erdogan ha citato l’esempio dei grandi forni comunali, sopravvissuti in alcune città alla privatizzazione forzata del patrimonio comunale avviata proprio dal suo governo, che vendono in alcuni punti centrali pane a prezzi inferiori a quelli di mercato. Con la verdura si dovrebbe fare lo stesso. Basterà per evitare all’AKP una batosta alle prossime elezioni ?

Giustiniano

9 febbraio 2019

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