Il 13 febbraio del 1945 un terzo della città di Dresda, capitale storica della Sassonia nota anche come la Firenze dell’Elba per le sue collezioni d’arte e i suoi splendidi monumenti, viene distrutta da 3.900 tonnellate di bombe incendiarie ed esplosive. Le vittime sono 25.000 (secondo altre fonti, 50.000). Da anni la città, oggi quasi interamente ricostruita, discute cosa deve essere ricordato. E perché.  Quest’anno, per la decima volta, una catena umana ricorda non solo le distruzioni di 74 anni fa ma lancia anche un segnale forte di pace e di democrazia.

Per anni domina nella città un ricordo muto delle vittime civili delle bombe. Si parla di attacchi immotivati ad una città « innocente ». Un concetto strumentalizzato dai neonazisti, che mobilitano migliaia di militanti per organizzare  delle marce funebri nelle quali la responsabilità dei tedeschi nella guerra viene relativizzata e i morti di Dresda sono presentati come vittime di pretesi crimini di guerra, di un « olocausto di bombe ». Solo la necessità di affrontare queste marce neonaziste, fra le più grandi d’Europa, favorisce la discussione sul ruolo della città e dei suoi abitanti nello Stato nazionalsocialista, compresi la locale industria degli armamenti e l’impiego di lavoratori forzati.

Le discussioni degli anni passati fanno si’ che la distruzione di Dresda non appaia più come un fatto isolato ma come conseguenza di una guerra iniziata dalla Germania, che ha provocato anche altrove grandi distruzioni e sofferenze terribili. Sotto uno striscione « Affrontare il futuro », militanti dell’associazione « Memorare pacem » discutono per una settimana con i passanti, in un centro commerciale, di cosa si puo’ dimenticare e di cosa non puo’ essere in nessun caso dimenticato.

Giustiniano

12 febbraio 2019

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