Regime change significa sostituire un governo con un altro. Il termine, che risale almeno al 1925, è rilanciato da Clinton e Bush e, prima di loro, da Reagan. Limitandosi agli anni trascorsi dal 1945 ad oggi, in Venezuela si tratterebbe del 68° regime change progettato ed eseguito dagli USA. Molti ricordano la strategia adottata da Nixon per distruggere il Cile presieduto da Salvador Allende che, eletto nel 1970, osa sfidare le multinazionali americane Kennecott , Anaconda e Cerro Corporation, che condannano il suo Paese alla miseria e alla dipendenza. Gli USA rispondono con il blocco finanziario e gli attentati organizzati dalla CIA, fomentando scioperi e blocchi dei trasporti per strangolare l’economia. L’epilogo, l’11 settembre 1973, è noto.

In Venezuela non si tratta solo di rame. E’ il paese più ricco di risorse della Terra dopo la Russia. Primo produttore mondiale di petrolio e gas, secondo di oro, tra i maggiori di ferro, bauxite, cobalto e molte altre materie prime. Come a suo tempo il Cile, il Venezuela si ribella pacificamente, tramite libere elezioni politiche, presidenziali e referendum. Ma, oggi più che mai, le guerre si combattono anche con le armi dell’economia, della finanza, della disinformazione. Ed è proprio il possesso dei mezzi di disinformazione di massa a fare la differenza. Il Venezuela è l’esempio più recente di guerra non convenzionale coperta da una serie di bufale. Non è una « dittatura », come confermano le consultazioni svoltesi regolarmente dal 1999 ad oggi, ma un governo democratico che tenta di redistribuire i proventi del petrolio, che l’oligarchia locale intascava e imboscava nelle banche USA, alla popolazione.

Un tentativo, riuscito, di destinare alla spesa sociale il 70% del bilancio dello Stato, di triplicare il PIL pro capite in 10 anni, di ridurre la povertà dal 40 al 7%, di dimezzare la mortalità infantile, di ridurre la malnutrizione dal 21 al 5%, di azzerare l’analfabetismo. E, soprattutto, di « de-dollarizzare l’economia ». E’ come  tentare l’assalto al cielo. Gli USA reagiscono. Ma il tentato golpe anti-chavista del 2003 fallisce. L’occasione si ripresenta dieci anni dopo, con la morte di Chàvez e il crollo del prezzo del petrolio, nel 2014. Comincia Obama, nel 2015, con una raffica di sanzioni, inasprite da Trump nel 2017 e 2018.  La stretta finanziaria degli USA è mortale. Le agenzie di rating fanno schizzare alle stelle lo spread, che supere i 6.000 punti nel 2017. I costi aggiuntivi per gli interessi sul debito venezuelano sono quasi 70 miliardi di dollari fra il 2014 e il 2017. Tassi abnormi, chiusura dei conti, blocco dei fondi che rendono impossibile l’importazione di cibo, medicine… Gli oligopoli dell’industria alimentare, incoraggiati e protetti dall’opposizione e dagli USA,  accaparrano quello che puo’ essere ancora importato per rivenderlo di contrabbando.

La crisi umanitaria è indotta. L’iperinflazione è dovuta all’attacco speculativo alla moneta nazionale da parte del mercato nero del dollaro. Le 6 banche d’affari di Wall Street dirigono le operazioni. Già nel novembre 2017, l’esperto indipendente dell’ONU, Alfred De Zayas, inviato in Venezuela per valutare la situazione, propone il deferimento degli USA alla Corte Penale Internazionale per i crimini contro l’umanità perpetrati dopo il 2015. Ma gli USA, responsabili di crimini di guerra a Hiroshima, in Vietnam, in Irak e altrove, non riconoscono la Corte Penale Internazionale…

Giustiniano

1° marzo 2019

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